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Nostalgia sarda nella mia Romaamor

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E’ nel mattino presto, quando la baia è ancora silente, accarezzata dal raggio del sole d’oro appena sorto in capo all’Aldia bianca, verso l’oriente, tra i cespugli e l’erba, che comincia, sull’anello di rena di Cala Girgolu, la tremula vita umana. Passano, al trotto, in scarpe da ginnastica e pantaloncini stretti,  molte ragazze e signore e signorine che cercano la vita nuova nell’aria salsa sarda; altre, in abiti civili, portano al guinzaglio cani grandi e piccoli che sono, si vede, la gioia loro nella serenità ritrovata. A piedi lenti, ecco i primi nuotatori, quelli (come mio marito) che cercano la delizia dell’acqua ferma, d’argento, in specchio di luce e d’anima. Prima lui, che quasi arriva a Tavolara, poi arriva una coppia di sposi da molte primavere a me note e care perché anima, si può ben dire, di quel mio luogo benedetto. Ci salutiamo, io sulla spiaggia in attesa di trovare il coraggio di buttarmi in acqua e ci scambiamo quel saluto primigenio e allegro di speranza… A vol...

I sentieri della letteratura

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Chi decise, per la scuola dell'Italia fatta una (da poco) , il programma di letteratura? Se non ve lo ricordate, ve lo dico io. Fu il gran critico Francesco De Sanctis, tutto baffi e serietà, napoletano doc e professorone. Lui che per primo scrisse la storia della letteratura italiana (appena nata) verso la metà del secolo Decimonono. Fu De Sanctis a decidere che avremmo letto e riletto i Promessi Sposi (e non, mettiamo, i Vicerè di De Roberto), imparato a memoria le poesie di Foscolo e di Leopardi. Avrebbe potuto scegliere altri autori, ce n'erano a mazzi e di talento a quei tempi un poco ovunque. Ma niete, furno bollati minori e tali, ingiustamente rimasero. Così fu che si decretò, grazie al De Sanctis, il canone letterario ottocentesco italiano. Manzoni, Leopardi, Foscolo, Foscolo, Leopardi, Manzoni. Per carità tutti pieni di talento, ovvia. Ma si poteva guardare anche altrove e trovare stelle e pianeti nuovi... Io, per fortuna, ebbi per professoressa di italiano (ma solo...

Una bennibag a roselline rosa

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Uscita dall'uovo primigenio, stirata nei lunghi giorni dell'innocenza azzurra, con la compagnia solo di Ninni e di Tigre, innocenti, mi sono ritrovata, ieri, lì dove alla domenica, orba oramai della Santa Presenza, si vedono  pascolare famiglie, innamorati, semplici bighelloni. Certo: in un centro commerciale.  Seduta in un cantoncino, abitando altrove, nel cuore fatto di piuma e di pace, ho osservato con attenzione quelle persone mosse, mi pareva, solamente da un desiderio materiale: acquistare un acino di beatitudine nel nuovo cellulare, in un paio di pantofole animalier, nel rossetto tinta carminio. Ho notato, poi, aguzzando lo sguardo, che i colori sono scomparsi, uccisi dal grigio, che le donne non indossano abiti o gonne fiorite, ma stretti pantaloni dai colori neutri o notturni e ai piedi hanno le orride scarpe di gomma che un tempo chiamavamo da ginnastica, che gli uomini portano magliette le quali recano, fronte e retro, immagini di mostri, teschi, brutture. Le bambin...

Ritorno a Romaamor

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  Le mie armi Saltello per la casa e il giardino, un occhio sempre a Tavolara, mettendo a posto, sistemando, aggiustando, per preparar la casa sull’aldia alla solitudine invernale. Che avrà finestre di vita, di tra i mesi freddi, con chi so io… Qualcuno la amerà al posto mio che lascerò qui la mia Madonnina   dei gigli del mare e un pezzetto del mio cuore. Torno a Roma e, lo dico qui, sottovoce, torno a casa a riposarmi perché per me Sardegna non vuol dire, come per tutti, vacanza, ma lavoro, tanto lavoro: in casa, in giardino e sempre poco in spiaggia. Piccola, raccolta, arrampicata sui Serpenti m’attende, salutandomi da lontano, la casetta mia romana, dove i muri sono tanto spessi che non serve  accendere il calore, dove a un passo ho tutte le mie Sante Messe dell’alba, che tanto mi sono mancate qui. Torno a casa e, oh Signore, un sussulto. “Betta, Betta! Quando torni, è già ottobre, mi manchi!”. E’ la voce di mia madre, che mi chiamava, allora e sempre, per tutt...

Vero Federica

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Il mio Dormi Cecilia vicino a un gattino rosa... Oh come s'aprono d'improvviso gli usci dei ricordi! Leggo il nome del chirurgo che ha operato Leone XIV e, patapunfete, mi ritrovo nel gran giardino incantato della mia Romaamor in un pomeriggio di sole che poteva anche essere ottobre. Sì, sì, è il fratello di una mia conoscente che abitava, come me (e come suo fratello maggiore), nel Rione Miani, uno strano, smarginato quartiere senza centro che va dalla Piramide Cestia fino ai margini della Passeggiata Archeologica, toccando poi la Cristoforo Colombo. Dunque, ogni tanto mia madre, non so perché, mi presentava   le figliole delle sue amiche o delle sue cugine. Ci piacevamo sempre come l’olio e l’acqua e l'amicizia durava un fiat. Una volta, appunto, io di sedici anni, mi portò in visita una certa Federica che mi lasciò fredda fin da subito. Arrivò con sua madre, amica della mia, una professoressa nata.  Infatti lo era. Insegnava latino e greco alle superiori. Io e Federica,...

Scrittrici in giallo

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  Una bennibag per la nipotina di Elia... Quando ero ragazza e vivevo sola in un appartamentino al secondo piano di una via consolare al numero 33, comperavo tanti libri che andavano ad appesantire, in un’apposita scaffalatura, il piccolo studio dove stavo di rado poiché, lavorando al giornale, trascorrevo ore e ore in giro a raccogliere notizie e   poi in redazione. Più avanti, da sposata, visto che mio marito aveva portato i suoi libri (e quanti!) nella nostra casa comune, ho preso ad andare in biblioteca. Sceglievo, prendevo, riportavo in una via vai incessante. La mia biblioteca si chiamava Rispoli, perché riposava al piano terra del palazzo nobiliare della famiglia omonima ed era nella deliziosa Via della Gatta. E la gattina è ancora lì sul cornicione che non scotta… Chiusa la biblioteca e troppo lontane le altre,   comperato un tolino, mi immersi nel mondo degli ebook, scoprendo due biblioteche virtuali – liber liber e gutenberg - dove ho attinto, per anni, a pien...

Filomena ed io

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  Pescando nella grande rete dei libri online ho tirato su un volumetto di racconti di Alfredo Panzini, scrittore di rango, vissuto tra Otto e il Novecento, che ho conosciuto e amato qualche tempo fa. E poco importa il titolo che, in ogni caso, è Picole storie del mondo grande... Prima di immergermi nella sua voce ho letto la prefazione, scritta di suo pugno e dedicata a sua madre Filomena Santini. Qui riporto un brano che è il cuore di quanto poi vorrò spiegare in due parole. Scrive Panzini: "Tu, in fatto di romanzi e di letture, sei rimasta, caso mai, fedele alla vecchia scuola: cioè i gran romanzi, in uso molti anni fa, pieni di avventure che ti conciliano piacevolmente il sonno dopo il desinare del mezzodì. Quanto al pane dellanima, sei contenta delle semplici parole di Cristo che sono nei tuoi breviari, da te postillati, con parole buone di speranza, di perdono e d'amore". Oh, dai, io sono tale e quale alla mamma di Panzini!  Un ricordo, prepotente, picchia all'u...

Nella vera vita

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Camminando pian pianino Tanti morbidi cuscini di nubi che vanno dal bianco al grigio scuro fan da tetto alla verde collina che, precipite, tra rocce di granito, si tuffa laggiù, sulla punta, in mare e mi piace stare al fresco, a fare i casi miei, in veranda, mentre nero, da terra, appare il cielo già gonfio di pioggia. Era questa la mia Sardegna quando ero bambina. Iniziavano le piogge a fine agosto. Non a ottobre come adesso. Ricordo il grigio che avanzava come il malumore di mio padre che non poteva andar a pesca. E poi il rumore della pioggia, prima in soave ticchettio e poi pesante a sferzate, se il vento la spingeva, contro mattonelle, tegole, canne. Pioveva e noi, felici, sapevamo che si chiudeva l'anno perché settembre era già anno nuovo. Un nuovo anno che ricominciava, romano e finiva sardo, un anno pieno di sorprese, un anno che certo avrebbe portato rose e fiori. Mi sedevo sul lettino azzurro nella cameretta che dividevo con un fratello e con il naso al vetro osservavo il...

Luiruà Urà e Tigrecomefarò

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Tigre, come farò? Stanotte ruggiva il cielo e fulmini e lampi lo coloravano di bianco mentre una pioggia fitta fitta, a scrosci, a sassate, pungeva mirti, olivastri e lentischi assetati, a bocca aperta, dopo tanta calura estiva. Io, sveglia nell'ora ancora buia cercavo gli occhi di Tavolara. Invano. L'isola era inghiottita da una coltre di nubi e ogni tanto solo un pinnacolo di lei, ossuto, spiccava, lucente, di tra le energiche scosse fulminanti. Ecco in quella tempesta ho annegato il tumulto del mio cuore e so che ho messo un punto e un a capo al mio futuro. Torno a Roma, alle mie Sante Messe, nel silenzio. Mi fermo. Sì, fasciata nella mia ultima missione, mi limiterò a rivedere Luiruà (che è stato già passato al setaccio di un editor tutto speciale), il mio ultimissimo romanzo parigino, per poi spedirlo a chi so io e lo attende. La Francia, come Roma, è del Signore. Luiruà, Urà.

Lungo il corridoio c'è l'ascensore

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Prima, molto prima di diventare giornalista professionista, scrivevo e leggevo (tantissimo). Sì, dovevo avere sedici anni quando scrissi Riti di passaggio   che, anni dopo, si sarebbe qualificato tra i primi in un piccolo premio chiamato Folgorazioni  (in foto il libro che contiene anche il mio racconto). Ma avanti e passiamo dal primo al secondo piatto, qui sotto. Immaginate dunque la gioia che provai, io figlia di ingegnere e in nulla legata al mondo letterario, quando, a diciannove anni, appena maturata, una certa signorina di mia conoscenza (che alle cene dei suoi contava tra gli invitati Federico Fellini e altri di questo calibro) mi chiese di accompagnarla a Torino dove s'apriva uno dei primi (credo) saloni del libro. Dovevo aiutarla a promuovere un romanzo di Hugo Pratt (che io ho regalato a un amico finito in sedia a rotelle con tanto di disegno autografo del maestro...) e tutti quanti, il fumettista veneziano, lei, suo padre e altri della sua famiglia e modestamente a...

Vita, solo vita

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Ultima nata, bennibag coloratissima erano secche il 14 settembre oggi splendono piccoli soli gialli di lantana... Piccoli limoncini crescono (in quattro mesi) Voltandomi indietro, nel passato prossimo e anche remoto, raccolgo perle e meraviglie. E' il caso di un libro settecentesco che ho amato tanto. Ecco il titolo: Storia della Repubblica di Venezia. L'autrice Giustina Renier Michiel, nata negli anni Cinquanta del Settecento, era patrizia veneziana e di famiglia dogale da parte di padre (Renier) e di madre (Manin). Direte voi, ma Benedetta chissene importa di questi titoli nobiliari, siamo figli dei lumi, noi? Vi rispondo che questi titoli avevano un fondamento nella buona educazione, nella cultura, nella bellezza. Persone come la nostra Giustina, educate e rigorose, non erano della gramma di quanti ci governano oggi, senza sugo, privi di peso specifico, rami al vento di ogni sciocchezza politicamente corretta. Avanti con Giustina, quindi. E prima di farlo lasciatemi ricor...

Il mio ricordo di David Sassoli

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Bennibag autunno in fiore Ero stata da pochissimo assunta al Gazzettino, quando i greci combattevano alle Termopili, quando il mio caporedattore, Giampiero Rizzon, veneziano di Dorsoduro, dalle dita gialle di nicotina e dai capelli di ragnatela, mi chiamò nel suo ufficio che era un'ampia stanza con una grande  finestra a tu per tu con la torre campanaria di San Silvestro in Capite. "Parti domani per l'Albania, con il sottosegretario Vitalone". "Io?", rispondo incredula. "Perché no?". Penso agli inviati nostri e mi chiedo che cosa diranno, ma vabbè, ubbidisco e il giorno dopo, con un aereo italiano, in compagnia di altri colleghi, sono all'aeroporto di Tirana e di lì, per strade ottocentesche, incespicando su carretti trainati da buoi aggiogati e su veicoli d'ogni forma e colore a due, tre o quattro ruote, arriviamo al porto di Durazzo, dove una nave tricolore ha portato aiuti in forma di farina agli albanesi. Bianchi come spettri, sotto sac...

Aggiungi un posto a tavola

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Eia quere narrari sì

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  Particolare del fiore incastonato nella bennibag Se non fosse stato per la curiosità di vedere, anche solo da fuori, l'antica chiesa nuorese di Santa Maria delle Grazie, non avrei  mai passeggiato per gli stretti vicoli della vecchia Nuoro nel piccolo rione di Seuna, dove abitavano i contadini (a San Pietro, dove è la casa anche della Deledda, vivevano i pastori). Invece, passato un archetto alla destra della chiesa moderna, entriamo nel dedalo di viuzze in cui s'articola l'abitato antico. Esco dal Corso Garibaldi, tutto nuovo ed entro nella storia di Nuoro. E mentre cammino, occhieggiando un poco in giro, ho la ventura di incontrare Giorgio, alto così, e sardo da capo a piedi, che somiglia spiccicato a un mio  antico amico nuorese di nome Salvatore e mi racconta della Seuna di quando era bambino. Lascio a lui la parola: "Bambini andavamo al cinema alle Grassie a vedere i western americani, e qui era tutta acqua di torrenti che scendevano a valle dal monte. Erano fiu...

Raganelle del cuore

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  Sulla scoscesa collina che porta al mare, dall'altra parte della strada consortile dell'Aldia bianca, c'è una bella casa con un pratino verde ricamato intorno e un gran sasso arcigno di granito color caffelatte. In quella casa abita una signora mia amica che chiamo in allegria (e so io perché e lei pure) Sandra, Sandrina e Sandretta, con la sua bella famiglia.  Anni addietro, quando io ero ancora una ragazza, ci abitava, con i suoi e i fratelli, un certo Paolo che frequentò per un fiat altri di qui a Cala Girgolu. Ma prima, molto prima che il padre di Paolo costruisse la casa, proprio lì, nello sgarrupo  che doveva diventar terrapieno, il perimetro che aveva per vista lo stagno, c'era il  pozzo delle rane. "Ci vediamo al pozzo delle rane!", dicevamo, Marco e io, a Bea e Brunello, e via a perdifiato a guardare i girini che, nel tempo, mettevano due gambette storte e una codina e poi, nella metamorfosi anfibia, si facevano rane. O meglio raganelle. La tenerezz...

Oliena, cortes apertas

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Il monte Corrasi, calcareo, maestoso, è un'aureola bianca sulle spalle del bel paesino di Oliena e, da ogni angolo, eccolo fare capolino, allegro e ridente, tra i tetti e le torri campanarie. Mi piace quel suo occhieggiare candido e paterno sulla festa delle Cortes apertes in questo autunno in Barbagia appena iniziato! Ero già stata a Oliena, anni fa, per un matrimonio in costume sardo, con i tenori che in chiesa dovevano cantare. Bello. Così mi sono ritrovata, per dire così, a casa, lungo il Corso Vittorio Emanuele II e poi entrando e uscendo nei diversi cortili dove si ricama, si fa il pane, si lavora il sughero, si intrecciano corbule, si lavorano i bei bottoni del costume tradizionale di Oliena, paese, come molti sanno, del Nepente, un vino liquoroso, che tanto piacque a Gabriele D'Annunzio, che gli regalò un nome così evocativo: bevo e non mi pento... Mi perdo, nell'ex seminario della chiesa di Sant'Ignazio (dove si celebrarono le nozze cantate dal coro nuorese) tr...

Stoffe a Fordongianus

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Nel paesino rosa di Fordongianus ho trovato le stoffe vintage che vedete in fotografia e che mi serviranno per riaprire, in settembre, il mio piccolo laboratorio Bebabou. Evviva, che meraviglia! Da quindici anni, felice e contenta, produco e vendo le mie bennibags, tutte fatte con tessuti accuratamente scelti per farle diventare uniche, speciali, di cuore e d'anima nell'antico gusto italiano. E poi fatine, bamboline, piccoli gatti e altre preziose opere artigianali. I tessuti, dunque, erano in vendita nel piccolo market a due passi dalla bella chiesa, rosa lei pure, dedicata a San Pietro e Sant'Archelao. Che meraviglia! Per scoprir questo piccolo segreto, come sempre, mi ha accompagnato il passo leggero della Provvidenza perché, per caso casissimo, sono entrata nella bottega  profumata della fiorista del borgo e a lei ho chiesto: "Per caso c'è un negozino che vende tessuti qui a Fordongianus?". Già immaginavo il suo scuotere il capo, il suo no, mi spiace e in...

Ancora da Nuoro

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  Sveglia di buon mattino nella frescura montanina nuorese, la seconda tappa del nostro viaggio prevede la visita al Museo etnografico sardo che, costruito come fosse un paesino isolano, seppur composito, tutto bianco e bello, con tanto di piazza, casette e chiesolina, osserva dall’alto il capoluogo moderno della Barbagia. Saliamo su su ed eccoci alla meta. Ci regala un   sorridente benvenuto Anna, la nostra guida,   nelle vaste sale dove è raccolta l’anima sarda in forma di costumi, pani, tessuti. Il mio primo pensiero (triste) corre all’oggi che ha, con la scure e l’accetta, desacralizzato la vita quotidiana che, al contrario, nell’arcaico mondo sardo, era legata a doppio filo con il mondo spirituale. In quel piccolo mondo antico non c’era questo senza quella,   pane   visibile e anima invisibile si guardavano negli occhi e si fondevano in un meraviglioso abbraccio che rendeva preziosa la vita, ogni vita, anche quella più desolata e misera. Ogni gesto, anche i...

A Nuoro, rincorrendo Antonio Ballero

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A Nuoro, nel rione delle carceri vecchie, naso a naso con San Pietro (quello dei pastori e di Grazia Deledda) c’è una bella casa bianca, con corte interna fresca d’alberi e di fronde, dove la casa editrice Ilisso - che pubblica i classici sardi dell’Ottocento e non solo (che io amo) - ha allestito un moderno e luminoso museo in cui vive la scultura sarda del Novecento. Ecco Costantino Nivola - gloria di Orani, paesino della Barbagia dove nacque da famiglia povera - tra le foglie e nelle sale dabbasso. La delizia dei suoi letti matrimoniali in terracotta con coppiette addormentate… Altri sono gli scultori presenti nello spazio espositivo e tra gli altri Eugenio Tavolara con uno studio sul portale della chiesa della Solitudine dove riposa la Deledda.  Tavolara, che porta il nome dell’isola mia amata, è famoso (almeno per me) per le sue stupende bambole in costume sardo. Ma… ma io sono venuta fin qui, nella Barbagia profonda, in capo alla Sardegna, per un altro grande, per me, sardo e...

Antonietta e Natalino

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  Appollaiato sul piccolo paesino rosa di Fordongianus, alto, in collina, c’è il Grand Hotel Terme, dove un viavai continuo di ospiti, per la maggior parte sardi, rallegra la solitudine campestre. Le acque calde, che furono utilizzate dai romani, ora riempiono piscine e vasche delle nuove terme che sono tra gli ossi portanti dell’economia del luogo. Tra l’alto dell’albergo e il basso del paese mi par di individuar pochi legami anche perché, come mi sembra di aver capito, la proprietà dell’hotel è nordestina, legata ad Abano Terme o a Montegrotto. Io, andando a Messa, faccio su e giù   e passo il ponte romano spesso e nello slancio del cammino, ecco i fichi generosi offrirsi alla mia mano, oh ci sono anche i capperi lì lì per farsi fiori: i capperi che coglievo con mia mamma sul muretto che costeggiava lo stradone della casa del mio Romaamor. Vado, vengo, a volte alla fontanella prendo anche un poco d’acqua e sono a modo mio, nel mio piccino, il fil che unisce il su e il giù....