Ancora da Nuoro
Sveglia di buon mattino nella frescura montanina nuorese, la seconda tappa del nostro viaggio prevede la visita al Museo etnografico sardo che, costruito come fosse un paesino isolano, seppur composito, tutto bianco e bello, con tanto di piazza, casette e chiesolina, osserva dall’alto il capoluogo moderno della Barbagia. Saliamo su su ed eccoci alla meta. Ci regala un sorridente benvenuto Anna, la nostra guida, nelle vaste sale dove è raccolta l’anima sarda in forma di costumi, pani, tessuti. Il mio primo pensiero (triste) corre all’oggi che ha, con la scure e l’accetta, desacralizzato la vita quotidiana che, al contrario, nell’arcaico mondo sardo, era legata a doppio filo con il mondo spirituale. In quel piccolo mondo antico non c’era questo senza quella, pane visibile e anima invisibile si guardavano negli occhi e si fondevano in un meraviglioso abbraccio che rendeva preziosa la vita, ogni vita, anche quella più desolata e misera. Ogni gesto, anche il più piccino, aveva importanza, contava, lucente avvicinava al Mistero.
Cominciamo dal carnevale barbaricino,
più vivo che mai, che inizia, nel giorno di Sant’Antonio Abate: il 17 gennaio.
Ardono i fuochi dell’anno vecchio, mentre, orridi, i mammuthones di Mamoiada, cornuti,
in mastruca nera, s’aggirano per le strade del paesino seminando inquietudine e
paura con i ghigni e i campanacci. Avanti, avanti! E non è neppure del Bundu (cioè del diavolo) del
carnevale di Orani che desidero scrivere anche se debbo farlo per completezza e
verità. Oltre, passiamo oltre. Ma che belle le tante figurine in processione,
con la corona tra le dita, e tutte in costume! Riconosco la bella di Orgosolo
dal suo fazzoletto in seta cruda color zafferano che le chiude il volto nascondendole
la gola ed ecco, più in là una damina di Desulo che reca su capo la cuffietta
sgargiante dei colori paesani: giallo, azzurro e rosso. Stirata nell’eleganza, c’è la sposa di Ittiri
che ha pendenti dai bracciali i bei bottoni sardi e il viso custodito da un
velo di pizzo. Nel suo quotidiano la giovane sposa portava due gonne di panno e
la seconda, grigia, tirata sul capo, diventava una mantella, facendola
somigliare a un bell’ovetto fresco…
La meraviglia delle
devozione è tutta nei rosari, nei reliquari, nei gioielli in forma di croci e
cuori. Oro, argento, corallo, occhi di Santa Lucia. E stupende sono le coperte,
tessute con lane tinte dalle erbe del campo, le bisacce a righe o ricamate che
facevano anche da gualdrappa ai cavalli, i copri cassapanca. E i tappeti? Non c’erano:
i pavimenti erano di terra battuta e non potevano essere abbelliti. L’unico
tappeto qui rappresentato serve a un solo scopo, solenne: vi si adagiavano
sopra i corpi dei defunti. E ai defunti erano dedicati i papassini, dolcetti del lutto. Nel mondo femminile sardo c’erano,
dunque, cucito, ricamo, tessitura e
panificazione.
Il pane:arte, rito,
magia. La sala del pane nel museo è davvero commovente. Ogni festa cristiana,
aveva il suo pane. Quello di Sant’Agata, il cinque febbraio, somigliava ai suoi
piccoli seni e veniva lanciato nei campi come augurio di un buon raccolto. Il
pane di Santa Rita, il 22 maggio, diventava, rinseccolito, un piccolo amuleto,
quello di San Marco, il 25 aprile allegro, rotondo, tutto selvatico di piante, era
dono propiziatorio. Il pane di Pasqua era guarnito con l’ovo sodo, quello di
Santa Lucia aveva gli occhi della piccola grande martire.
E gli uomini? Elegantissimo
se e va solitario il cacciatore, con i gambali e il fucile ad armacollo. La caccia è amatissima in Sardegna. Un
aneddoto per un sorriso. Rimasti senza corrente elettrica, un giorno, si è
presentata una squadretta per la riparazione. Mio marito, scherzando, ha detto:
“Mi raccomando, ho in freezer del cinghiale…”. “Lei è cacciatore?”, domanda uno
dei ragazzi e si leggono nel suo sguardo ammirazione, speranza e attesa. Alla
risposta negativa di mio marito, crollo di spalle e pippi a terra… Torniamo al
museo che si fa tardi. Ecco, ci sono i pescatori di Cabras con le loro piroghe
di canna tali e quali ad altre nel mondo, persino nel lontano lago del
Titicaca. C’è il Re Pastore nella sua casina di frasche (dove poteva passare
anche sei mesi in solitudine) in compagnia delle sue pecore mentre le munge (da
dietro) e mentre prepara il cacio.



Commenti
Posta un commento