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Ancora da Nuoro

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  Sveglia di buon mattino nella frescura montanina nuorese, la seconda tappa del nostro viaggio prevede la visita al Museo etnografico sardo che, costruito come fosse un paesino isolano, seppur composito, tutto bianco e bello, con tanto di piazza, casette e chiesolina, osserva dall’alto il capoluogo moderno della Barbagia. Saliamo su su ed eccoci alla meta. Ci regala un   sorridente benvenuto Anna, la nostra guida,   nelle vaste sale dove è raccolta l’anima sarda in forma di costumi, pani, tessuti. Il mio primo pensiero (triste) corre all’oggi che ha, con la scure e l’accetta, desacralizzato la vita quotidiana che, al contrario, nell’arcaico mondo sardo, era legata a doppio filo con il mondo spirituale. In quel piccolo mondo antico non c’era questo senza quella,   pane   visibile e anima invisibile si guardavano negli occhi e si fondevano in un meraviglioso abbraccio che rendeva preziosa la vita, ogni vita, anche quella più desolata e misera. Ogni gesto, anche i...

A Nuoro, rincorrendo Antonio Ballero

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A Nuoro, nel rione delle carceri vecchie, naso a naso con San Pietro (quello dei pastori e di Grazia Deledda) c’è una bella casa bianca, con corte interna fresca d’alberi e di fronde, dove la casa editrice Ilisso - che pubblica i classici sardi dell’Ottocento e non solo (che io amo) - ha allestito un moderno e luminoso museo in cui vive la scultura sarda del Novecento. Ecco Costantino Nivola - gloria di Orani, paesino della Barbagia dove nacque da famiglia povera - tra le foglie e nelle sale dabbasso. La delizia dei suoi letti matrimoniali in terracotta con coppiette addormentate… Altri sono gli scultori presenti nello spazio espositivo e tra gli altri Eugenio Tavolara con uno studio sul portale della chiesa della Solitudine dove riposa la Deledda.  Tavolara, che porta il nome dell’isola mia amata, è famoso (almeno per me) per le sue stupende bambole in costume sardo. Ma… ma io sono venuta fin qui, nella Barbagia profonda, in capo alla Sardegna, per un altro grande, per me, sardo e...

Antonietta e Natalino

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  Appollaiato sul piccolo paesino rosa di Fordongianus, alto, in collina, c’è il Grand Hotel Terme, dove un viavai continuo di ospiti, per la maggior parte sardi, rallegra la solitudine campestre. Le acque calde, che furono utilizzate dai romani, ora riempiono piscine e vasche delle nuove terme che sono tra gli ossi portanti dell’economia del luogo. Tra l’alto dell’albergo e il basso del paese mi par di individuar pochi legami anche perché, come mi sembra di aver capito, la proprietà dell’hotel è nordestina, legata ad Abano Terme o a Montegrotto. Io, andando a Messa, faccio su e giù   e passo il ponte romano spesso e nello slancio del cammino, ecco i fichi generosi offrirsi alla mia mano, oh ci sono anche i capperi lì lì per farsi fiori: i capperi che coglievo con mia mamma sul muretto che costeggiava lo stradone della casa del mio Romaamor. Vado, vengo, a volte alla fontanella prendo anche un poco d’acqua e sono a modo mio, nel mio piccino, il fil che unisce il su e il giù....

L'occhio di Ra in Sardegna

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C'è, in Sardegna, un paesino tutto rosa, le case scolpite in blocchi di trachite rosa, la chiesa bellissima, dedicata a San Pietro e Archelao, rosa anch'essa e rosa è l'alba che mi osserva, radiosa, dalla finestra affacciata sulla campagna, mentre attendo, dopo una buona colazione, di andare a visitare le rovine delle terme romane di Traiano (Forum Traiani) che, masticate in sarde, danno il nome al paesino  rosa di Fordongianus. Altro scriverò su Fordongianus anche per Stilum Curiae che ha riaperto proprio ieri. Ma ora un post dedicato a Giovanni Podda, classe 1922, calzolaio di Nuoro e gran battitore di sentieri e segreti sardi. Nel bell'hotel  che mi ospita, infatti, ho trovato, tra i tanti libri della bibliotechina, una piccola perla  illustrata che si intitola A sa Preta, a sa Linna e a su Mare, un libro delizioso (e introvabile), appunto di Giovanni Podda.  Il nostro, colpito bambino dalla poliomelite, avrebbe voluto studiare, ma, per le avverse circostanze, si...

Le boe della mia vita

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Quando, a diciannove anni,  fresca di basco penitenziale in testa, mi trovai nel nuovo mondo dell'università, presto capii che dovevo arrangiarmi a modo mio per cavarmela.  Nell'iscrivermi a Lingue e letterature straniere moderne, avevo scelto come lingua quadriennale l'inglese (che ora vorrei dimenticare...), ma quelle lezioni strapiene di pur ottime professoresse (la Colajaono ci illuminava su Amleto...), i giorni passati a studiare il Beowulf (di cui non mi importava un fico secco), e il fatto che soltanto per chiedere la tesi avrei dovuto attendere un anno e più, mi convinsero di cambiare aria. Passai dunque da Villa Mirafiori, verde di giardino, all'ultimo piano del palazzone bianco di Lettere alla Sapienza e trovai un'auletta tutta sole e allegria che pareva la mia del Mater Dei e una professoressa, Luciana Stegagno Picchio, con i capelli rossi della mia Jane e l'apertura e la simpatia di Pia Nardoni (che mi aveva aperto cuore, anima e mente, molti anni pr...

Una perla nell'ostrica

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Quando mia mamma è salita lassù, ho ereditato la sua collezione di Gesù Bambino, che ora sono insieme ai miei (ed erano già parecchi...) e li guardo - oh l'Amore! - e sorrido. Mi chiedo che cosa avrebbe detto di Dormi Cecilia e se le sarebbe piaciuto. Penso di sì perché le piacque tanto C'ero una volta ... Volando un ricordo. Sono nella casa del mio Romaamor per sistemare il futuro, senza di lei, con il nodo alla gola che s'ha di fronte all'estremo saluto con chi ti ha dato la vita. Sono lì, ancora piena del mistero della sua dipartita che ancora  adesso non riesco a spiegarmi. Tra le tante cose sue, piccole, grandi, utili e inutili, c'è anche una copia di C'ero una volta che uno dei fratelli, non so il perché della furia, voleva gettar via. L'ho salvata, la copia, e dentro, come una perla nascosta in un'ostrica ho trovato un biglietto vergato su un foglietto a quadretti, scritto di getto, si vede, da lei.  Qui sotto ho messo la fotografia e leggo per ...

Nella pace del cuore

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Io non so dir bene da che cosa originò il mio bisogno di scrivere, difficile capirlo, ma so che in modo misterioso, fu legato e baciato insieme al mio desiderio di trovare la verità, sotto la coltre di menzogne che vivevo come prurito sulla pelle. Ricordo bene, piccolissima, dir tra me e me e anche ad alta voce una frase che dà il titolo a un mio libro (che ancora attende la pubblicazione, come tanti altri). E la frase suonava semplice: "Non è così". Sì ciò che si vedeva, il fuori, la mostra al mondo nascondeva un segreto, avvolgeva di spire il respiro della verità, celava alla vista l'essenza, uccideva a modo suo la vera vita... Il mio primo racconto, a sedici, anni s'intitolò "Riti di passaggio" e fu scartato da Marcello Baraghini, di Stampa Alternativa, quando scelse le  storie da pubblicare nel mio "L'ingegnere e altri racconti". Quando, nel suo minuscolo, divenne un Millelire  mi costò l'espulsione dalla famiglia nei festeggiamenti del...