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Filomena ed io

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  Pescando nella grande rete dei libri online ho tirato su un volumetto di racconti di Alfredo Panzini, scrittore di rango, vissuto tra Otto e il Novecento, che ho conosciuto e amato qualche tempo fa. E poco importa il titolo che, in ogni caso, è Picole storie del mondo grande... Prima di immergermi nella sua voce ho letto la prefazione, scritta di suo pugno e dedicata a sua madre Filomena Santini. Qui riporto un brano che è il cuore di quanto poi vorrò spiegare in due parole. Scrive Panzini: "Tu, in fatto di romanzi e di letture, sei rimasta, caso mai, fedele alla vecchia scuola: cioè i gran romanzi, in uso molti anni fa, pieni di avventure che ti conciliano piacevolmente il sonno dopo il desinare del mezzodì. Quanto al pane dellanima, sei contenta delle semplici parole di Cristo che sono nei tuoi breviari, da te postillati, con parole buone di speranza, di perdono e d'amore". Oh, dai, io sono tale e quale alla mamma di Panzini!  Un ricordo, prepotente, picchia all'u...

Nella vera vita

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Camminando pian pianino Tanti morbidi cuscini di nubi che vanno dal bianco al grigio scuro fan da tetto alla verde collina che, precipite, tra rocce di granito, si tuffa laggiù, sulla punta, in mare e mi piace stare al fresco, a fare i casi miei, in veranda, mentre nero, da terra, appare il cielo già gonfio di pioggia. Era questa la mia Sardegna quando ero bambina. Iniziavano le piogge a fine agosto. Non a ottobre come adesso. Ricordo il grigio che avanzava come il malumore di mio padre che non poteva andar a pesca. E poi il rumore della pioggia, prima in soave ticchettio e poi pesante a sferzate, se il vento la spingeva, contro mattonelle, tegole, canne. Pioveva e noi, felici, sapevamo che si chiudeva l'anno perché settembre era già anno nuovo. Un nuovo anno che ricominciava, romano e finiva sardo, un anno pieno di sorprese, un anno che certo avrebbe portato rose e fiori. Mi sedevo sul lettino azzurro nella cameretta che dividevo con un fratello e con il naso al vetro osservavo il...

Luiruà Urà e Tigrecomefarò

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Tigre, come farò? Stanotte ruggiva il cielo e fulmini e lampi lo coloravano di bianco mentre una pioggia fitta fitta, a scrosci, a sassate, pungeva mirti, olivastri e lentischi assetati, a bocca aperta, dopo tanta calura estiva. Io, sveglia nell'ora ancora buia cercavo gli occhi di Tavolara. Invano. L'isola era inghiottita da una coltre di nubi e ogni tanto solo un pinnacolo di lei, ossuto, spiccava, lucente, di tra le energiche scosse fulminanti. Ecco in quella tempesta ho annegato il tumulto del mio cuore e so che ho messo un punto e un a capo al mio futuro. Torno a Roma, alle mie Sante Messe, nel silenzio. Mi fermo. Sì, fasciata nella mia ultima missione, mi limiterò a rivedere Luiruà (che è stato già passato al setaccio di un editor tutto speciale), il mio ultimissimo romanzo parigino, per poi spedirlo a chi so io e lo attende. La Francia, come Roma, è del Signore. Luiruà, Urà.

Lungo il corridoio c'è l'ascensore

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Prima, molto prima di diventare giornalista professionista, scrivevo e leggevo (tantissimo). Sì, dovevo avere sedici anni quando scrissi Riti di passaggio   che, anni dopo, si sarebbe qualificato tra i primi in un piccolo premio chiamato Folgorazioni  (in foto il libro che contiene anche il mio racconto). Ma avanti e passiamo dal primo al secondo piatto, qui sotto. Immaginate dunque la gioia che provai, io figlia di ingegnere e in nulla legata al mondo letterario, quando, a diciannove anni, appena maturata, una certa signorina di mia conoscenza (che alle cene dei suoi contava tra gli invitati Federico Fellini e altri di questo calibro) mi chiese di accompagnarla a Torino dove s'apriva uno dei primi (credo) saloni del libro. Dovevo aiutarla a promuovere un romanzo di Hugo Pratt (che io ho regalato a un amico finito in sedia a rotelle con tanto di disegno autografo del maestro...) e tutti quanti, il fumettista veneziano, lei, suo padre e altri della sua famiglia e modestamente a...

Vita, solo vita

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Ultima nata, bennibag coloratissima erano secche il 14 settembre oggi splendono piccoli soli gialli di lantana... Piccoli limoncini crescono (in quattro mesi) Voltandomi indietro, nel passato prossimo e anche remoto, raccolgo perle e meraviglie. E' il caso di un libro settecentesco che ho amato tanto. Ecco il titolo: Storia della Repubblica di Venezia. L'autrice Giustina Renier Michiel, nata negli anni Cinquanta del Settecento, era patrizia veneziana e di famiglia dogale da parte di padre (Renier) e di madre (Manin). Direte voi, ma Benedetta chissene importa di questi titoli nobiliari, siamo figli dei lumi, noi? Vi rispondo che questi titoli avevano un fondamento nella buona educazione, nella cultura, nella bellezza. Persone come la nostra Giustina, educate e rigorose, non erano della gramma di quanti ci governano oggi, senza sugo, privi di peso specifico, rami al vento di ogni sciocchezza politicamente corretta. Avanti con Giustina, quindi. E prima di farlo lasciatemi ricor...

Il mio ricordo di David Sassoli

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Bennibag autunno in fiore Ero stata da pochissimo assunta al Gazzettino, quando i greci combattevano alle Termopili, quando il mio caporedattore, Giampiero Rizzon, veneziano di Dorsoduro, dalle dita gialle di nicotina e dai capelli di ragnatela, mi chiamò nel suo ufficio che era un'ampia stanza con una grande  finestra a tu per tu con la torre campanaria di San Silvestro in Capite. "Parti domani per l'Albania, con il sottosegretario Vitalone". "Io?", rispondo incredula. "Perché no?". Penso agli inviati nostri e mi chiedo che cosa diranno, ma vabbè, ubbidisco e il giorno dopo, con un aereo italiano, in compagnia di altri colleghi, sono all'aeroporto di Tirana e di lì, per strade ottocentesche, incespicando su carretti trainati da buoi aggiogati e su veicoli d'ogni forma e colore a due, tre o quattro ruote, arriviamo al porto di Durazzo, dove una nave tricolore ha portato aiuti in forma di farina agli albanesi. Bianchi come spettri, sotto sac...

Aggiungi un posto a tavola

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