VIaggi in Tirrenia
Si partiva, al pomeriggio, con la macchina carica, tra gli urli di mio padre innervosito e stanco, che doveva guidare fino a Civitavecchia, dove poi la sua grande Peugeot amaranto diventava pasto della nave Tirrenia che, placida, apriva il suo ampio ventre per far posto alle formiche su due ruote che chiamavamo autovetture. Pum, pum faceva il ponte di ferro su dossi invisibili per l'oscurità e tutt'intorno omini in tuta, gesticolanti, nervosi, che conducevano nel buio le manovre del brulicar di ruote e sterzi. Le scale ripidissime portavano al ponte e poi al bar dove si dormiva alla buona sdraiati sui divani e allora (non come adesso) per fortuna, le luci si spegnevano e la televisione neppure c'era. A volte si prendevano le cabine che erano per me casa di bambola e quanto mi piacevano gli specchi che avevano torno torno una cornicetta di lumini! Il cagnolino di mia madre, un Lhasa Apso bianco e peloso doveva andare al canile, ma lei, incurante di tutti gli sguardi in tral...