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Luiruà Urà e Tigrecomefarò

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Tigre, come farò? Stanotte ruggiva il cielo e fulmini e lampi lo coloravano di bianco mentre una pioggia fitta fitta, a scrosci, a sassate, pungeva mirti, olivastri e lentischi assetati, a bocca aperta, dopo tanta calura estiva. Io, sveglia nell'ora ancora buia cercavo gli occhi di Tavolara. Invano. L'isola era inghiottita da una coltre di nubi e ogni tanto solo un pinnacolo di lei, ossuto, spiccava, lucente, di tra le energiche scosse fulminanti. Ecco in quella tempesta ho annegato il tumulto del mio cuore e so che ho messo un punto e un a capo al mio futuro. Torno a Roma, alle mie Sante Messe, nel silenzio. Mi fermo. Sì, fasciata nella mia ultima missione, mi limiterò a rivedere Luiruà (che è stato già passato al setaccio di un editor tutto speciale), il mio ultimissimo romanzo parigino, per poi spedirlo a chi so io e lo attende. La Francia, come Roma, è del Signore. Luiruà, Urà.

Lungo il corridoio c'è l'ascensore

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Prima, molto prima di diventare giornalista professionista, scrivevo e leggevo (tantissimo). Sì, dovevo avere sedici anni quando scrissi Riti di passaggio   che, anni dopo, si sarebbe qualificato tra i primi in un piccolo premio chiamato Folgorazioni  (in foto il libro che contiene anche il mio racconto). Ma avanti e passiamo dal primo al secondo piatto, qui sotto. Immaginate dunque la gioia che provai, io figlia di ingegnere e in nulla legata al mondo letterario, quando, a diciannove anni, appena maturata, una certa signorina di mia conoscenza (che alle cene dei suoi contava tra gli invitati Federico Fellini e altri di questo calibro) mi chiese di accompagnarla a Torino dove s'apriva uno dei primi (credo) saloni del libro. Dovevo aiutarla a promuovere un romanzo di Hugo Pratt (che io ho regalato a un amico finito in sedia a rotelle con tanto di disegno autografo del maestro...) e tutti quanti, il fumettista veneziano, lei, suo padre e altri della sua famiglia e modestamente a...

Vita, solo vita

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Ultima nata, bennibag coloratissima erano secche il 14 settembre oggi splendono piccoli soli gialli di lantana... Piccoli limoncini crescono (in quattro mesi) Voltandomi indietro, nel passato prossimo e anche remoto, raccolgo perle e meraviglie. E' il caso di un libro settecentesco che ho amato tanto. Ecco il titolo: Storia della Repubblica di Venezia. L'autrice Giustina Renier Michiel, nata negli anni Cinquanta del Settecento, era patrizia veneziana e di famiglia dogale da parte di padre (Renier) e di madre (Manin). Direte voi, ma Benedetta chissene importa di questi titoli nobiliari, siamo figli dei lumi, noi? Vi rispondo che questi titoli avevano un fondamento nella buona educazione, nella cultura, nella bellezza. Persone come la nostra Giustina, educate e rigorose, non erano della gramma di quanti ci governano oggi, senza sugo, privi di peso specifico, rami al vento di ogni sciocchezza politicamente corretta. Avanti con Giustina, quindi. E prima di farlo lasciatemi ricor...

Il mio ricordo di David Sassoli

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Bennibag autunno in fiore Ero stata da pochissimo assunta al Gazzettino, quando i greci combattevano alle Termopili, quando il mio caporedattore, Giampiero Rizzon, veneziano di Dorsoduro, dalle dita gialle di nicotina e dai capelli di ragnatela, mi chiamò nel suo ufficio che era un'ampia stanza con una grande  finestra a tu per tu con la torre campanaria di San Silvestro in Capite. "Parti domani per l'Albania, con il sottosegretario Vitalone". "Io?", rispondo incredula. "Perché no?". Penso agli inviati nostri e mi chiedo che cosa diranno, ma vabbè, ubbidisco e il giorno dopo, con un aereo italiano, in compagnia di altri colleghi, sono all'aeroporto di Tirana e di lì, per strade ottocentesche, incespicando su carretti trainati da buoi aggiogati e su veicoli d'ogni forma e colore a due, tre o quattro ruote, arriviamo al porto di Durazzo, dove una nave tricolore ha portato aiuti in forma di farina agli albanesi. Bianchi come spettri, sotto sac...

Aggiungi un posto a tavola

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Eia quere narrari sì

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  Particolare del fiore incastonato nella bennibag Se non fosse stato per la curiosità di vedere, anche solo da fuori, l'antica chiesa nuorese di Santa Maria delle Grazie, non avrei  mai passeggiato per gli stretti vicoli della vecchia Nuoro nel piccolo rione di Seuna, dove abitavano i contadini (a San Pietro, dove è la casa anche della Deledda, vivevano i pastori). Invece, passato un archetto alla destra della chiesa moderna, entriamo nel dedalo di viuzze in cui s'articola l'abitato antico. Esco dal Corso Garibaldi, tutto nuovo ed entro nella storia di Nuoro. E mentre cammino, occhieggiando un poco in giro, ho la ventura di incontrare Giorgio, alto così, e sardo da capo a piedi, che somiglia spiccicato a un mio  antico amico nuorese di nome Salvatore e mi racconta della Seuna di quando era bambino. Lascio a lui la parola: "Bambini andavamo al cinema alle Grassie a vedere i western americani, e qui era tutta acqua di torrenti che scendevano a valle dal monte. Erano fiu...

Raganelle del cuore

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  Sulla scoscesa collina che porta al mare, dall'altra parte della strada consortile dell'Aldia bianca, c'è una bella casa con un pratino verde ricamato intorno e un gran sasso arcigno di granito color caffelatte. In quella casa abita una signora mia amica che chiamo in allegria (e so io perché e lei pure) Sandra, Sandrina e Sandretta, con la sua bella famiglia.  Anni addietro, quando io ero ancora una ragazza, ci abitava, con i suoi e i fratelli, un certo Paolo che frequentò per un fiat altri di qui a Cala Girgolu. Ma prima, molto prima che il padre di Paolo costruisse la casa, proprio lì, nello sgarrupo  che doveva diventar terrapieno, il perimetro che aveva per vista lo stagno, c'era il  pozzo delle rane. "Ci vediamo al pozzo delle rane!", dicevamo, Marco e io, a Bea e Brunello, e via a perdifiato a guardare i girini che, nel tempo, mettevano due gambette storte e una codina e poi, nella metamorfosi anfibia, si facevano rane. O meglio raganelle. La tenerezz...