Due candide mattine romane
Dormivo, non dormivo,
vedevo, sì, vedevo tantissimi bambini, piccoli, piccolissimi, alcuni, i bebè,
tenuti in braccio dalle bimbe più grandicelle, e tutti quanti con indosso
candide vesti, li vedevo venirmi dietro, come una bianca, compatta, splendente
nuvola, fino alla chiesa di Sant’Alfonso dei Liguori, che s’erge alta sulla via
Merulana. Entrata per la Santa Messa delle nove, i bambini mi hanno seguita e
tutti composti, le manine giunte, i visini ispirati, hanno vissuto con me la
funzione e poi sono scomparsi e io me ne sono andata, sola soletta, ma felice
di averli avuti con me, al supermercato a comperare da mangiare per mio marito.
E i bimbi, tutti i bimbi traditi, violati, violentati, uccisi da chi dovrebbe
proteggerli e amarli, sono tornati da me stamane, a Sant’Agata dei Goti. Pausa,
scendo e ritorno.
Dunque mentre attendevo
l’arrivo dei sacerdoti che è per le sette e un quarto, in dolce orazione cantata
(“Chi mi separerà dal tuo amore, forse la tribolazione, forse la spada. Nessuno
al mondo mi separerà dall’amore in Cristo, Signore), mi sono accorta che i bambinelli
erano tutti tornati e stavano lì con me e a ognuno la Santa Madonnina ha donato
un petalo di rosa e io ho sorriso, felice. Non dormivo, no, no, no, vedevo. Ma
come vedevo non so dirlo. Era tutto quanto più vero del vero e ora so ancora di
più perché ho scritto “Dormi Cecilia” perché Cecilia è la storia di una bambina
che, con l’aiuto di Dio che la ama, riesce a schivare il gorgo nero che vuole
travolgerla. Perché poi sto ora, tornata da Parigi, scrivendo “Luiruà” è ancora
più chiaro, ma ne parlerò un’altra volta. Preghiamo

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