Cocotte della letteratura
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Ritorno ragazza, sui ventitré anni, anche per non guardar tutto l'orrore che oramai ci ingolfa e soffoca, e sono l'orgogliosa (si fa per dire) capo ufficio stampa della Lucarini editore. Ho passato una lunga selezione e prendo il posto di una certa Maura (ma non ricordo il suo cognome) e in qualità di direttore editoriale c'è Roberto Bonchio che viene dagli Editori riuniti ed è un uomo serio, di pochissime parole, posato e di certo colto, che si vede in casa editrice assai di rado. Tutto il contrario è l'editore, il dottor Luciano Lucarini, piccolo di statura, pieno di brio e con l'intelligenza, o forse l'astuzia, del venditore.
Un giorno al mese, se non ricordo male, ci si riuniva intorno a un tavolo per discutere dei libri in uscita e delle migliori strategie per promuoverli. A uno dei tanti incontri mi presentarono un libro che, secondo alcuni, era opera di Fernando Pessoa. Si intitolava Eliezer ed era un discreto tomo. Loro parlavano, io, che ero fresca di laurea in letteratura portoghese (con tesi proprio sul Libro dell'inquietudine di Bernardo Soares, eteronimo di Pessoa), mi misi a leggiucchiare qui e lì e subito dissi che era un falso Pessoa. Ma a chi interessava il parere di una ragazzina a petto del giudizio di un direttore editoriale di esperienza?
Così fu stampato e ci misero il nome di Pessoa e fui io, proprio io, a girar per le redazioni di quotidiani, mensili e settimanali per farlo recensire. E capitai all'Espresso che ai tempi era come dire un tempio del sapere indiscusso di sinistra. Lì mi accolse un giornalista che è ora anche scrittore e di cui indovinerete il nome perché, diciamo così, era vicino a Umberto Eco... Parliamo, guarda i volumi, oltre a Eliezer, ce n'era un altro, diciamo così, discutibile, poi via al prossimo giornale.
E tra tanti giri, giretti, visi gentili, di pietra o di cacao, mi ero completamente scordata dell'incontro all'Espresso quando un bel mattino fui convocata dal dottor Lucarini, tutto divertito, ridente e allegrone. Entrai nel suo luminoso ufficio e mi passò l'Espresso.
Quale fu la mia sorpresa quando scoprii che la rubrica del giornalista di cui sopra era tutta dedicata al nostro incontro. Ma raccontata con l'ironia di chi, sentendosi re, da un piedistallo, osserva passare una schiava con la catena al collo. E mi bollò col titolo di "Cocotte della letteratura". Quanto piansi, ricordo, e il dottor Lucarini , ridente, luinoso come la sua stanza, un folletto, a ripetermi che era un trionfo, che meglio di così non si poteva fare, che mi avrebbe assunto la nuova segretaria nella persona della mia amica Sabrina (alcune delle sue segretarie non sapevano neppure l'alfabeto...). E giù applausi mentre a me scendevano copiose le lacrime.
Ora che sono passati tanti e tanti anni, ci rido su e mi dico, ovvia, è solo uno dei tanti miei ricordi tragicomici.

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