Antonietta e Natalino
Io, andando a Messa,
faccio su e giù e passo il ponte romano
spesso e nello slancio del cammino, ecco i fichi generosi offrirsi alla mia mano,
oh ci sono anche i capperi lì lì per farsi fiori: i capperi che coglievo con
mia mamma sul muretto che costeggiava lo stradone della casa del mio Romaamor.
Vado, vengo, a volte alla fontanella prendo anche un poco d’acqua e sono a modo
mio, nel mio piccino, il fil che unisce il su e il giù.
Ieri mentre me ne tornavo
verso l’albergo ecco venirmi dietro una vecchierella esile e minuta. In testa
porta un buffo cappello colorato e addosso un vestito di cotonina fiorita. Mi
ferma e, in un fiat, mi racconta, a modo suo, intera la sua vita, che, in una
parola sola, si traduce nel marito Natalino che è appena volato in cielo. Mi
racconta della futura suocera che voleva farle bere una pozione, di come andò a
Roma a servizio per lasciar libero il suo Natalino e di come lui riuscì a
trovarla chissà come e poi a convolare a nozze…
Tutto un grande amore, mi
narra, e piange un poco. Oh che cosa dirle, coraggio Antonietta, ma presto,
devo andare, il marito mio è già a mezza costa e mi osserva accigliato. Corro,
addio, addio, sei stata fortunata, cara Antonietta se è vero come è vero che il
tuo Natalino ti stava attaccato alle gonne fin da bimba e se ti disse che lui
mai e poi mai avrebbe cambiato idea nel volerti sposa sua per sempre. Corro, mi
volto, non la vedo più: oddio ma che si è buttata di sotto, al Tirso d’amore? Torno
sui miei passi, frugo nell’aria e nulla, come volatilizzata…
Corro da mio marito: “L’hai
veduta tu?”
Mi guarda, ride, ma certo
che l’ha vista, l’ha seguita con lo
sguardo mentre tornava svelta sui suoi passi dopo avermi scelta come confidente per un quarto d’ora in una bella giornata di
sole, in modo che potessi qui narrare al mondo la sua storia.

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