Una bennibag a roselline rosa
Seduta in un cantoncino, abitando altrove, nel cuore fatto di piuma e di pace, ho osservato con attenzione quelle persone mosse, mi pareva, solamente da un desiderio materiale: acquistare un acino di beatitudine nel nuovo cellulare, in un paio di pantofole animalier, nel rossetto tinta carminio.
Ho notato, poi, aguzzando lo sguardo, che i colori sono scomparsi, uccisi dal grigio, che le donne non indossano abiti o gonne fiorite, ma stretti pantaloni dai colori neutri o notturni e ai piedi hanno le orride scarpe di gomma che un tempo chiamavamo da ginnastica, che gli uomini portano magliette le quali recano, fronte e retro, immagini di mostri, teschi, brutture. Le bambine, invece di indossare leggeri e svolazzanti abiti bianchi, magari allacciati da una fusciacca azzurra, hanno il pancino in vista, come la madre e le sorelle maggiori. E tutti, chi più chi meno, muovono un corpo marchiato da tatuaggi. Braccia e gambe macchiate, dico io.
Sospiro lungo. Mi pareva anche che tutta quella merce, esposta in negozi e negozini sotto la luce al neon, fosse roba fatta di plastica e di petrolio (compresi i vestiti confezionati con stoffe acriliche, artefatte, plastiche) e fosse tutto fuorché bella e desiderabile. Anzi antipatica.
Sospiro corto. Così alla fine, scorata da tanta malinconia nel mondo senza vita, immerso nella plastica, seduta in una poltroncina celeste, in attesa dell'ora dell'imbarco, mi sono messa a leggere un libro trovato per caso nell'angolo del book crossing sulla serva di Dio Edvige Carboni ed ero, felice, a Pozzomaggiore nel primo Novecento. Aria profumata di gigli.
Poi ho stretto forte la mia bennibag cucita con una stoffina a rose rosa in campo bianco (che non è quella in fotografia) che mi è parsa in tutto il suo splendore: un bocciolo di purezza in tanto grigiore.

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