Nella vera vita

Camminando pian pianino

Tanti morbidi cuscini di nubi che vanno dal bianco al grigio scuro fan da tetto alla verde collina che, precipite, tra rocce di granito, si tuffa laggiù, sulla punta, in mare e mi piace stare al fresco, a fare i casi miei, in veranda, mentre nero, da terra, appare il cielo già gonfio di pioggia. Era questa la mia Sardegna quando ero bambina. Iniziavano le piogge a fine agosto. Non a ottobre come adesso. Ricordo il grigio che avanzava come il malumore di mio padre che non poteva andar a pesca. E poi il rumore della pioggia, prima in soave ticchettio e poi pesante a sferzate, se il vento la spingeva, contro mattonelle, tegole, canne. Pioveva e noi, felici, sapevamo che si chiudeva l'anno perché settembre era già anno nuovo. Un nuovo anno che ricominciava, romano e finiva sardo, un anno pieno di sorprese, un anno che certo avrebbe portato rose e fiori.

Mi sedevo sul lettino azzurro nella cameretta che dividevo con un fratello e con il naso al vetro osservavo il mare, corrucciato, tingersi di tempesta, e lasciarsi contaminar con l'acqua dolce del cielo che tuttavia mai riusciva a cancellar il suo sapore salso. Mi sedevo, pensavo, immaginaavo che la mia vita sarebbe trascorsa così, in un segmento orizzontale, con il medesimo panorama intorno. Bambina, non sapevo che cosa l'avvenire m'avrebbe portato. Di certo non la chiamata che arrivò, fulminante, in un pomeriggio mio qualsiasi, romano. Cominciò e non capivo il mio vero viaggio, come dico sempre,  il mio viagagio nella vera vita. Che ancora mi conduce.

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