Luiruà Urà
Tigre, come farò?
Stanotte ruggiva il cielo e fulmini e lampi lo coloravano di bianco mentre una pioggia fitta fitta, a scrosci, a sassate, pungeva mirti, olivastri e lentischi assetati, a bocca aperta, dopo tanta calura estiva. Io, sveglia nell'ora ancora buia cercavo gli occhi di Tavolara. Invano. L'isola era inghiottita da una coltre di nubi e ogni tanto solo un pinnacolo di lei, ossuto, spiccava, lucente, di tra le energiche scosse fulminanti.
Ecco in quella tempesta ho annegato il tumulto del mio cuore e so che ho messo un punto e un a capo al mio futuro. Torno a Roma, alle mie Sante Messe, nel silenzio.
Mi fermo. Sì, fasciata nella mia ultima missione, mi limiterò a rivedere Luiruà (che è stato già passato al setaccio di un editor tutto speciale), il mio ultimissimo romanzo parigino, per poi spedirlo a chi so io e lo attende. La Francia, come Roma, è del Signore. Luiruà, Urà.

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