Romaamor anche nel mio Cuoresardo

 Mentre, al parcheggio qui, di Cala Girgolu, Cuoresardo continua a vendere libri e finalmente ho ricevuto le mie copie di Dormi Cecilia (che è partito intanto per il suo viaggio solitario nel mondo a capo in giù in cui viviamo...), regalo un pezzetto del mio Romaamor (ma forse, non ricordo, se questo lacerto è contenuto nel libro) a una nuova amica che come me ama Marigold e la Sardegna (in particolare la Maddalena)... Ecco, pronti via.

La bennibag di Piera


Alto e un poco curvo alla sommità, nel grigio di occhi e capelli, il nonno Carmine, l’unico che io abbia mai conosciuto tra gli avi al maschile, era il padre di mio padre. Di professione, ingegnere come mio padre, aveva lavorato tutta la vita in un ufficio comunale, chino sulle scartoffie della burocrazia che sono foglie secche dell’albero della vita, nel vorticare dei tempi vecchi e nuovi che non lo cambiavan punto.

Bambina, al giovedì per il desinare, si andava – noi piccoli Ponti – a pranzare dai nonni all’Appia nuova (con vista sulla Basilica di San Giovanni), nel grande appartamento che si divideva in stanze e stanzette e dove lo zio medico riceveva i pazienti sempre in attesa in una strana oscurità che parlava di dolore e malattia.

Gli gnocchi al sugo rosso li preparava la Elena che era piccola tanto da poterla mettere in una bennibag e, in cucina, mi pareva che volasse, come le fatine Flora Fauna e Serena della Bella Addormentata. I piedini ballerini, svolazzante il grembiule, recava in mano un piatto di meringhe tanto leggere da parere nuvolette di zucchero…

In salone, la bellissima zia Cecilia, detta Cilia, faceva, fino all’ultimo, i suoi spettrali solitari: l’orologio e la scaletta e a noi, timida presenza, chiedeva se andavamo bene a scuola. “Sì!”, rispondevamo in coro e lei “Bene, bene” e finiva tutto lì. Riprendeva  quindi, senza sorrisi, a far baciar le carte nel grande cerchio gemello dell’anello di luce del lume che la circondava come un’aureola.

Il nonno Carmine, dopo il pasto, tirava fuori dal taschino un sacchetto verde di caramelle bianche e, facendo il verso della gallinella, depositava gli ovetti nelle nostre mani raccolte a coppetta. La delizia di quel gesto gentile! Via in bocca, nella bianca prelibatezza dello zucchero e poi, puah, di corsa in cucina, tutti sputati gli ovetti nel nero dell’anima loro fatta di amara liquirizia. E il nonno, ridendo: “Non vi piace la regolizia?”.

 

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