Ninni, io e la luna


A un certo punto della sua vita, più o meno al principio del tramonto, la mia amica Mila, che era scrittrice con il nome de plume di Luisa Adorno, ereditò dalla nuora americana un gatto nero, vecchio, anzi decrepito, di nome Donald.

I due, con il passare dei giorni, diventarono inseparabili. Lei scriveva nel suo studiolo foderato di ninnoli e di acqueforti praghesi e lui, ai piedi suoi, pisolava; lei preparava in cucina gli svelti pasti (che a volte erano anche miei) e lui pisolava; lei e il marito professore, che temeva gli spifferi anche d'agosto, guardavano la televisione e lui, Donald, pisolava.

Quando la andavo a trovare, Donald ci scortava di stanza in stanza, muovendo a fatica le sue quattro ossa spelate. Allo spigolo della porta, si faceva come in due pezzi e prima passava il musetto, rimasto bellino, e poi il resto, a fatica, seguiva. Una volta, con la ferocia della giovinezza (non toccavo i trent'anni e Mila forse il doppio...) le dissi che Donald mi pareva un "gattaccio nero". Rise e rispose, toscana: "Sei bella tu!". E ridemmo di gusto, abbracciando noi due con lo sguardo il povero Donald...

Ed ecco che Donald me lo sono ritrovato qui in Sardegna nella personcina misteriosa di Ninni, il gatto bigio che ha scelto il mio ristorante per le sue pigre giornate sarde. A mio marito, orfano dell'affettuoso gatto Tigre (che fu con noi due estati sane), Ninnibello non piace punto e lo chiama in dispregiativo "quel gatto". "Quel gatto è qui", "quel gatto ti aspetta" e così via gattando.

Così sono diventata Mila io pure con Donald e alla sera, dopo la lunga giornata di giardino, piatti e fatica, mi ritrovo seduta in veranda con Ninni. Ci guardiamo. Io magari prego, lui pisola, ci guardiamo di nuovo e insieme osserviamo la luna radiosa, pura, piena, che nel fresco d'inchiostro sorge a salutare la terra.

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