Madame Pompadour e il gatto Ninni



Abbandonata in una cantuccio di uno sgabuzzino che da mesi mi chiamava per essere spazzato, c'era una vecchia sedia da giardino di Reguitti, bianca, smangiata dal tempo, spellata, smunta, rinsecchita dalle intemperie invernali, che era sorellina d'altre, bianche d'origine come lei, e andate perdute da decenni e finite chissà dove. Appartenevano tutte  quante a mia madre che, solo di reguitti, le voleva...

Il suo credo in quel marchio tutto italiano è passato da lei a me e mai ho pensato, nel trascorrere del tempo, di gettar via l'orfanella reduce da tanto abbandono. Che infatti è rimasta. Negletta, ma lì.

Ieri mattina, però, mi sono detta: avanti Benedetta, perché la lasci lì a far la muffa tra le foglie secche. Su coraggio  fa qualcosa, agisci. Detto fatto, ritaglio, nella sala da pranzo di Ninni (che è il gatto randagio accasatosi  per pappe e croccantini qui da me quest'estate), uno spazio per dipingerla di rosa.

Stendo il plasticone, mescolo la tinta (una tempera rossa e un acrilico per legno) e prendo a pitturare in allegria, battezzando la nuova sediola "Madame Pompadour" perché, per chi non lo sapesse, l'amante  di Luigi XV, aveva per colore preferito proprio una particolare tinta di rosa che sto cercando di riprodurre nello scheletro della sedia. Dipingo, giro, copro tutti i punti nudi e, alla sera, l'opera è quasi compiuta...

...ma, ecco, all'ora di cena sua, sopraggiungere, altezzoso, a coda dritta e sghembo nella sua magrezza, il gatto Ninni. Percorre la lunghezza della veranda, gira per andare nella sua sala da pranzo e s'impenna: "Oh che cos'è accaduto alla mia salle a manger", sembrano dire i suoi occhi di re gatto, e li ficca a succhiello, nei miei. Offeso, adirato, mugugnone lo osservo e spiego le mie ragioni che cioè solo lì, dove c'è ombra, potevo mettermi al lavoro, che presto avrà di nuovo la sua sala e altre mute parole che lo convincono come Ulisse si convinse di sposar la Maga Circe.

A passetti articolati, da funambolo, scende le scalette posteriori e siede, con la coda arrotolata intorno al popò, girato lo sguardo nel disprezzo verso di me, la traditrice. Lo chiamo, niente, gli vado incontro, si sposta di qualche metro. Vabbè, dimitto auricolas, lo lascio senza cena. Intanto inizio il trasloco di Madame Pompadour, sotto lo sguardo corrucciato del gatto, il quale solo al termine del mio lavoro d'operaia  accetta, bontà sua, i croccantini mentre io ammiro la mia nuova aristocratica Madame Ancienne Regime...

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