La borsa di Camomilla
Poi arrivarono gli
stivali di Cervone o di Santini e Dominici e più avanti quelli western di El
Charro. Io non li avevo, né mai li ebbi, nessuno proprio, ma molte compagne di classe eccome.
Una delle tante, aveva i polpacci troppo grossi e così gli stivali le si
afflosciavano alla caviglia in tante pieghe molli. Sai che risate. Ma lo stesso la guardavo dal
basso del mio nulla.
Quando andarono di modissima le borse di Camomilla che erano a righe, fatte con le stoffe delle sedie a sdraio, ed erano vendute solo in un negozino pieno di vezzi donneschi che guardava occhi negli occhi la Barcaccia, avrei dato anche la mia bicicletta Graziella (che in realtà era eredità di mia sorella) pur di averne una, ma niente.
Però, però però, fatata, regalo di una conoscente di casa, più grande di me, che ne aveva a scialo, me ne arrivò una di seconda mano, sbiadita, a righe ecrù e grige. Era gualcita, magra, scolorita sul punto grigio, usata allo sfinimento, e sfigurava certo a petto di quella ecrù e viola, nuova fiammante, nel tessuto quasi grassottelo, della mia compagna di banco Francesca. Tuttavia, felice, senza pensieri, sculettavo in piazza di Spagna, stringendo, io pure, la mia, personalissima borsa di Camomilla.

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