La borsa di Camomilla


In via della Croce, proprio accanto a via del Babbuino, s’apriva tanto tempo fa un negozio elegante che si chiamava Tablò. E  lì e solo lì si acquistavano le college, dei mocassimi bassi, blu o neri, in forma maschile, che diventarono un obbligo, per noi del Mater Dei, quando cominciavo, adolescente, ad annusare la moda. Subito dopo, ecco le scarpette allacciate sul davanti, con un tacchetto a rocchetto, da istitutrice tedesca, che si acquistavano in un buchetto  tal dei tali e vattelapesca il nome. Le ricordo indossate, con grazia e mia ammirazione, da una "grande" che doveva diventare anni e anni dopo una di famiglia. Mia madre me ne comperò un paio, ma non originali ed erano di camoscio color caffelatte. Presto persero forma e garbo ma io continuai  indomita a indossarle...

Poi arrivarono gli stivali di Cervone o di Santini e Dominici e più avanti quelli western di El Charro. Io non li avevo, né mai li ebbi, nessuno proprio, ma molte compagne di classe eccome. Una delle tante, aveva i polpacci troppo grossi e così gli stivali le si afflosciavano alla caviglia in tante pieghe molli. Sai che risate. Ma lo stesso la guardavo dal basso del mio nulla.

Quando andarono di modissima le borse di Camomilla che erano a righe, fatte con le stoffe delle sedie a sdraio, ed erano vendute solo in un negozino pieno di vezzi donneschi che guardava occhi negli occhi la Barcaccia, avrei dato anche la mia bicicletta Graziella (che in realtà era eredità di mia sorella) pur di averne una, ma niente.

Però,   però però, fatata, regalo di una conoscente di casa, più grande di me, che ne aveva a scialo, me ne arrivò una di seconda mano, sbiadita, a righe ecrù e grige. Era gualcita, magra, scolorita sul punto grigio, usata allo sfinimento, e sfigurava certo a petto di quella ecrù e viola, nuova fiammante,  nel  tessuto quasi grassottelo, della mia compagna di banco Francesca. Tuttavia, felice, senza pensieri, sculettavo in piazza di Spagna, stringendo, io pure, la mia, personalissima borsa di Camomilla.


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