I bei racconti di mia madre e di Pasqualina Mariane
Ascoltavo, tutta in me, i racconti di mia madre. Ero piccola, lei grande ed era la mia sirena. A volte, quando era in buona, disegnava delle pupattole con un gomitolo di capelli in testa, le maniche a palloncino e un vestitino triangolare a coprir fin la punta dei piedi e io sempre lì a far tesoro dei suoi tanti colorati racconti. La vedevo, giovnetta, come in un film a colori, altissima, con i capelli neri neri, innamorata del suo toso, filare in bicicletta tra i fischi ammirati dei soldati di Aviano; vedevo le sue amiche, la Lina, che, anni più avanti già vecchia, mi serviva la lingua salmistrata e che era lingua di vacca lo seppi solo per caso e non voli mangiarla mai più, e la Mimma, che, per consolarmi negli inverni passati con lei a Piancavallo, mi ricopriva di pandori. Io, in testa, finivo per aver lo zucchero a velo e le dita dolci da succhiare...
Ecco mi sono ritrovata così, seduta tutt'orecchi e cuore e immersa nelle storie di altri che diventavano un poco mie nel leggere i racconti di Pasqualina Mariane, nata lo stesso anno di mia madre e madre di cinque figli lei pure (e proprio due femmine e tre maschi come la famiglia mia) dal titolo La bambola di pezza. Mentre leggevo, ad esempio, la storia che regala il titolo alla raccolta, e quindi le carambole di una bambola amatissima, ripensavo a quella di celluloide che, la notte di Natale, mio nonno fu costretto ad acquistare per lei, obbligando il giocattolaio ad aprire la sua bottega nella santa notte della Natività. Mia madre, infatti, che, sentendosi grande, aveva chiesto una penna stiografica, avvicinandosi la Mezzanotte fu presa da una crisi di pianto che non cessò finché non ebbe tra le braccia la pupa.
Oh che bello, per me, andare avanti con i racconti della Mariane e sentirli come dalle labbra di mia madre tornata viva tra le pagine di un libro che, pur nel linguaggio a volte sbrigativo e altre anche un poco tirato via, ho amato. E attendo di leggere altri libri di questa scrittrice sarda di cui nessuno mi aveva parlato mai.

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