Una gita con la Piera e l'Antonella a Sassari (gi)
Prima puntata (seguono altre due)
Scesa appena dalla
macchina della Piera, custodita in ombra, in un ampio parcheggio sotterraneo,
subito, all’uscita, m’appare l’insegna di un negozio di cucito dove si fanno
abiti su misura e orli e cose di biancheria. Più avanti, fatti due passi, c’è un
laboratorio sartoriale e poi un altro ancora, più piccolino, dove lavora una
giovanissima fanciulla in fiore e poi, in Largo Brigata Sassari, ecco un bel
negozio, grande di stoffe. Oh dove sono capitata? Nella mia Parigi di una
quindicina d’anni orsono, quando le belle parigine, elegantissime, si
fabbricavano da sole quei vestiti così chic che non somigliano punto agli
stracci di stoffacce delle griffe eleganti o democratiche? Nossignore, sono a
Sassari, anzi, come l’ho ribattezzata io, sono a Sassarigi, una cittadina
ordinata, laboriosa, piena di devozione e amore per il Signore, con una sua
eleganza sottile, uno chic che punge e che si respira nelle stupende chiese,
nei vicoli, nelle stradine che s’arrampicato su su fino a piazza Castello. Sì
Sassari mi piace perché il lavoro delle mani, l’artigianato, è ancora vivo perché
vi ho indovinato il bacio dello Spirito Santo e perché la devozione si respira
nell’aria.
Ma, ricominciamo da capo
per raccontare un giorno speciale passato con la Piera (alla guida) e l’Antonella
/(una scrittrice di gran compagnia) proprio a Sassari. E abbiamo iniziato il
viaggio all’alba, quando ancora i negozi sull’orientale sarda dormivano a
ciglia abbassate. Noi tre già vispe e via, rombando verso Sassari. Prima tappa:
il Santuario di San Pietro in Silki, che
è sul cocuzzolo di una collina e dove si venera una stupenda Madonna delle
Grazie, dai lunghi capelli (veri) sciolti sulle spalle. Allargando il suo manto
azzurro, la Madonnina bella preservò per ben tre volte Sassari dai
bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Ogni anno, l’ultima domenica di
maggio, i sassaresi, per la Festa del Voto, in ringraziamento, la portano in
processione fino al Duomo di San Nicola con la sua stupenda facciata secentesca
che pare fatta di meringa…
Oh quante meraviglie nel
Santuario, non bastano certo le mie
povere righe a raccontarle, ma mi faccio coraggio e provo a portarvi con me in
questo tempio di spiritualità francescana (che fu in origine benedettina). E poi andrò raccontando a puntate il resto
delle meraviglie che la Provvidenza mi ha impacchettato nel cuore, in questo
memorabile giorno in Logudoro Torniamo ora a San Pietro in Silki. Sopra l’altare
maggiore splende uno stupendo retablo di epoca spagnola alto 12 metri e la Madonnina delle Grazie vi appare
circondata da tanti Santi francescani (c’è anche San Francesco!) e poi al
centro, in veste papale, l’apostolo che Gesù scelse per fondare la sua chiesa:
San Pietro. In una delle cappelle laterali c’è un altro retablo, più piccolo ed
è tutto dedicato a un gran santo taumaturgo francescano amatissimo in Sardegna
(e non solo nell’isola d’oro). Si chiama San Salvatore da Horta, era spagnolo,
e aveva il dono di curare i malati… ma, i suoi confratelli non gli credevano. Lo
perseguitarono, per anni, spostandolo da un convento all’altro, spesso sotto
falso nome, consegnandolo anche all’inquisizione (che lo giudicò innocente)
Fra Salvatore, però, non
si perdeva d’animo e di sé, in piena umiltà francescana, diceva: “Non sono che un sacco di paglia, il
cui valore rimane lo stesso sia che si trovi nell'attico, nelle fondamenta o
nella stalla!». La venerazione che si ha
di lui, di questo piccolo grande francescano, in quest’isola del sogno è così sentita
che i sardi, molti sardi, portano il suo nome (che ovviamente è anche quello di
Gesù) che si abbrevia in nomignoli cangianti dalla Gallura al Logudoro al
Goceano e ovunque: Bobbore, Tore, Tottoi, Batore, Totore, Billoi… Morì a
Cagliari, Salvatore, ma il suo cuore, in un’ampolla, sotto il retablo, è custodito e
venerato proprio qui a San Pietro in Silki. Mi inginocchio davanti a un grande Santo
e mentre sono lì tutta cuore a cuore con lui, m’accorgo che sulla destra un frate,
riprodotto nell’opera d’arte, è di colore. Incuriosita m’avvicino a un anziano frate
che, in fondo alla navata, siede come in estasi, su un panchetto (dove, credo,
distribuisce anche una buona confessione…). M’avvicino e gli domando: “Padre,
chi è quel santo di colore del retablo di San Salvatore?”. E lui: “E’ San
Benedetto Moro!”. Poi, quando gli rivelo il mio nome, mi prende la mano, la
stringe con affetto e sorride un sorriso angelico. Bello. San Benedetto Moro,
attivo in Sicilia, fu figlio di schiavi, provenienti forse dall’Etiopi. Liberato,
donò tutto ai poveri e si fece francescano. Fu eremita, mistico e anche
superiore di un convento (dove fungeva da cuoco…). Fu frate vero, semplice,
buono. Oh prima di concludere un cenno al gremio (alto cero ligneo) dei Massai
custodito nella cappella dell’incoronazione, proprio in questa chiesa, e che,
con gli altri dodici, anima la scesa dei Gremi della vigilia dell’Assunzione…

Commenti
Posta un commento