VIaggi in Tirrenia

Si partiva, al pomeriggio, con la macchina carica, tra gli urli di mio padre innervosito e stanco, che doveva guidare fino a Civitavecchia, dove poi la sua grande Peugeot amaranto diventava pasto della nave Tirrenia che, placida, apriva il suo ampio ventre per far posto alle formiche su due ruote che chiamavamo autovetture. Pum, pum faceva il ponte di ferro su dossi invisibili per l'oscurità e tutt'intorno omini in tuta, gesticolanti,  nervosi, che conducevano nel buio le manovre del brulicar di ruote e sterzi.

Le scale ripidissime portavano al ponte e poi al bar dove si dormiva alla buona sdraiati sui divani e allora (non come adesso) per fortuna, le luci si spegnevano e la televisione neppure c'era. A volte si prendevano le cabine che erano per me casa di bambola e quanto mi piacevano gli specchi che avevano torno torno una cornicetta di lumini! Il cagnolino di mia madre, un Lhasa Apso bianco e peloso doveva andare al canile, ma lei, incurante di tutti gli sguardi in tralice, lo ficcava nella sua ampia borsa e via, naso all'aria, con gran scialo di nobiltà. Nessuno osava fermarla e Mecky (così diventava in famiglia il nobile Mac Duff) dormiva con noi tutta la notte, buono buonino.

Oh ricordo altre partenze, non famigliari. Una volta, tornai a Roma con un'amica di famiglia, una bellezza lei che tutti la guardavano e i marinai le lancivano bacetti e sguardi appassionati. Eravamo io, lei e il suo pappagallino verde che ricevava non so quante moine che erano in realtà dirette alla sua stupenda padroncina..




Mio cugino Paolo, l'unico cugino nella mia vita, tornò invece con un biacco lungo un metro e mezzo. E non so proprio dove lo nascose, ragazzino some era... Tuttavia, il serpente, anche aggressivo, arrivò a Roma e formò parte del personale zoo paolino installato in un garage dove guardiano era il vecchio cane Axel che sembrava uno shnautzer e invece era un bastardino...

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