Un sogno perduto

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Bambina, fui educata in inglese prima da una
signorina australiana, Jane, poi, in rapida successione, a volte fulminea, ci fu un'inglese, Sarah, una canadese, Marie, un'irlandese, Ann e altre ancora. Di ognuna serbo un ricordo e tutte mi hanno donato la loro lingua che, fin da piccola, parlavo come fosse la mia, materna. E non lo era. Crebbi con il mito della corona inglese e mi perdevo, sognando, nella casa delle bambole della Regina, con le nursery rhimes in tasca e nel cuore, con i libri di Enid Blyton tacciati di fascismo per via dei gollywog di carbone che erano contorno alle storie di Noddy.
Crebbi in un mondo britannico e a scuola, al Mater Dei, chiamavo le suore "sister" e con loro si parlava inglese. In quarta ginnasio, dal Sacro Cuore, tutto francese, scese un drappello di fanciulle che dovevano diventare le mie nuove compagne di scuola e di banco. Il Mater Dei, tetragono ai cambiamenti, ricamato - così pareva -  nell'ordine cattolico, cominciò a vacillare. Quando frequentavo il terzo liceo, la severissima Sister direttrice fu mandata in esilio e la sostituì una suora fatta di burro, miele e farina. Il Mater Dei sprofondò, boccheggiò, cadde nel caos che oggi è ovunque e allora in microcosmo nel cosmo.
Io lo guardavo, oramai alla Sapienza, da lontano, non capivo il perché di quella deriva. Scivolò, cadde, chiuse. Il Sacro Cuore invece durava e ancora dura...
Solo ora che ho viaggiato per monti e per mari interiori e su e giù per  le balze del monte Carmelo ho capito l'inganno inglese che è qui troppo lungo da spiegare. Ed ecco perché ora sto imparando il francese e ho messo in soffitta la lingua isolana che resta un ricordo infantile.

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