Un profumo di violetta all'anagrafe


Una mattina chiara, di azzurro nascente m'apre le braccia mentre, a gambe al trotto, me ne vado, per una commissione per chi amo, all'anagrafe romana di via Tomaselli. So che bisogna andar lì per tempo e attendere l'apertura con santa pazienza e quindi, sull'attenti, sono lì passate appena le sette di mattina e già s'assiepa un capannello di tutti i colori che aspettano come me di affrontare con l'armatura della buona volontà il gigante della burocrazia. Che ha prima il volto di due bangladini che si sono inventati dei numerini per la fila e che distribuiscono a chi arriva. Io ho il numero 29 e protesto perché ci mancavano le burocrazie clandestine oltre a quelle che giocoforza dobbiamo subire.

Avanti, mi siedo in un canto con la mia corona del totus tuus e poi faccio due passi e torno alla fila dove già prima ho adocchiato una bella signora che porta delle buccole di perla tali e quali ai miei e ha una cert'aria famigliare. Parliamo e scopriamo che Roma è davvero piccola e che tanti nomi di conoscenti sono noti a lei e a me. In più abbiamo in comune la Sardegna e altro ancora. Parliamo, parliamo, parliamo e s'aprono le porte. Parliamo, parliamo, parliamo (e forse io parlo più di lei) ed è ora di andare allo sportello. Ci scambiamo i numeri di cellulare e ciao ciao. Così la burocrazia, per una volta, è stata profumata alla violetta.

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