Sciacquare i panni in Arno
Di come si parla e scrive
male oggi, senza spirito né senno e come sarebbe bello voltarsi indietro,
lavando i panni in Arno, per ritrovare il passo, il sugo e la speranza.
Un giorno della scorsa
settimana, forse martedì, ecco sul wotsap apparire una fotografia. Oh che cos'è
questa stanza sossopra, mi domando, e la risposta m'arriva sul messaggio
successivo ed è il mio amico M., toscano, che mi spiega: tornato a casa sua,
dopo un anno e passa via e pur avendo pagato una donna per rassettare, non
v'era nulla a posto. E lui: "La donna, come vedi, ha solo passato il
cencio". L'espressione schietta, fresca e sincera mi fa sorridere il cuore
e penso, di più, che sto leggendo un libro di Edmondo De Amicis, un librino,
direi, di memorie che s'intitola Pagine sparse. Scendo d'un
rigo e riprendo qui sotto.
L'autore di Cuore,
nelle poche pagine che ho già letto, m'ha svelato finalmente l'arcana frase del
Manzoni che mi sono portata dietro fin dai tempi del liceo in forma di
punto interrogativo. Don Lisander, tutto lombardo, invitava gli scrittori
italiani a "sciacquare i panni in Arno". Oh che cosa mai voleva dire
il papà di Renzo e di Lucia con questa espressione? Ed ecco ben svelato
l'arcano dal buon Edmondo che racconta di come, con l'unità d'Italia, la lingua
italiana fu incarcerata nell'accademia della Crusca, legata al suono comune di
un italiano che ancora non c'era, e di come furono banditi tutti i dialettismi,
le ciacole locali, i modi di dire legati alla vita quotidiana, di pane e olio,
e fatta benvenuta una lingua in frak, curiale, anodina, messa in frigidaire,
per dire. Cioè l'italiano, che oggi, con il politicamente corretto, è divenuto
una divisa, una tuta spaziale, un gergo astratto senza sapore.
L’italiano fece piazza
pulita, ovunque, in quel lontano secolo che ora ci pare di tempi giurassici. Ovunque?
Macché, non in Toscana dove il parlar vivo, sincero, profumato sfidava l'Unità
Tricolore. E prova ne sia il bel dizionario di Pietro Fanfani che il nostro
Edmondo leggeva e rileggeva per imparare a scrivere come parlava, a Firenze, la
sua padrona di casa, dove affittava una stanzuccia con vista sul campanile di
Giotto.
Essa, la signora che lo
scambiava per figliolo, per dire che era buio pesto diceva "buio come in
gola", per affermar che piove forte, faceva "piove a ciel
rotto". Infine per ribadir che non avrebbe aperto bocca più giammai,
questa bella frase rotonda e fresca: "Non mi cava più una parola, nemmeno
se mi fa regina di Spagna". Oh il toscano! Che parlare fresco, nel respiro
del vento d’ottobre, mi dico, e corro poi a cercare Giovanbattista Giuliani,
ligure, chierico, che, sempre nel secolo Decimonono, passò buon tempo in
Toscana a rintracciare la favella limpida, schietta e viva, il parlato colorato
dei paesani che lui, in molte lettere (raccolte in un libro dal titolo che
parla da sé Lettere sul vivente linguaggio toscano) ci riporta da buon
filologo e linguista. Cogliamo qui e lì alcune rosse ciliegie che faranno bene
al corpo e allo spirito. Si parla di carri “vestiti e spolti”, di cappelli da
prete, di suocere e nuore che vanno d’accordo come lo zucchero e il pepe. Il
vino? “pizzica forte e anche brilla”. La vite colpita dalla grandine? E’
“offesa”. E ora il cuore di una balia che deve lasciare il suo piccino: “Vedete
quanto è buona e bellina, l’è proprio un angiolino di Dio”.
Potrei andare avanti così
se non fosse che un altro gran baffone
dell’Ottocento, Pietro Fanfani appunto, che era pistoiese, mi chiama da lontano.
Certo, devo parlare del Vocabolario dell’uso toscano che uscì nel 1863. Cent’anni
prima che nascessi io. In premessa Fanfani scrive che egli non vuol “spacciar
per moneta corrente in tutta Italia le toscanerie, le fiorentinerie, i
riboboli, gli idiotismi e le sconciature della plebe”, tuttavia ritiene che la
“Toscana è più ricca di ciascun’altra provincia in opera di lingua”. E davvero
a leggere il suo vocabolario c’è da restare strabiliati perché di delizie in forma di parole ce n’è a ceste.
E penso al mio Zingarelli (che sto leggendo pian pianino) e quanto è mesto e
pallido a petto all’opera del Fanfani che ai lemmi, ai vocaboli e ai verbi ricama,
in gusto toscano, storiette, burle e divertimenti. Sì, tutti oggi, nel grigiore
della lingua col morale a terra che ci viene propinata da ogni dove, dovremmo sciacquare
panni, corpo, mente, anima, cuore e tutto quanto in Arno.

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