Di gallinelle furbe, di volpi scornate e anche d'altro ancora


A San Giuliano, sul lato destro del casolare rosa della mia nonna Lisetta, c'erano le case dei "contadini" che per me avevano tutti quanti la faccia rotonda  e tuttavia severa della Carolina. Nell'aia, che guardava verso i campi di mais e i vigneti perduti nelle brumose lontananze friulane, razzolavano in libertà oche e galline. Un gallo, dai bargigli di sangue, cantava la sua melodia al mattino molto presto e poi, da padrone, impettito, girava tra i suoi sudditi.

Non c'erano recinti né gabbie e ciononostante le volpi restavano sempre a bocca asciutta. Non chiesi mai perché ma un giorno, mentre me ne stavo a far collage con la colla fatta d'acqua e farina dalla Eva, sento mia nonna e la zia Giusa che parlottano. "Bè, certo - dice mia nonna - è una gallina della Carolina, buonissima in brodo perché razzola libera e mangia a suo piacere ciò che le aggrada". 2Oh non ci sono recinti e con le volpi come fate?", risponde la Giusa che di mia nonna è la sorella più giovane. "Che non sai che le galilne volano? Quando arriva la volpe, flappete, su sul ramo più basso, ma tanto basta perché la volpe se ne resti col palmo di naso".

Sì, le galline un tempo sapevano volare e ora che sono messe a mandria negli allevamenti non più. Seguono la loro sorte, non usano più le ali e, imitando le altre, lasciano che le volpi, gnam gnam, facciano il bottino. La morale la lascio a voi da meditare e beato chi capirà.

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