Lavando i panni in Arno
L'autore di Cuore, nelle poche pagine che ho già letto, m'ha svelato finalmente l'arcana frase del Manzoni che mi sono portata dietro fin dai tempi del liceo in forma di punto interrogativo. Don Lisander invitava gli scrittori italiani a "lavare i panni in Arno". Oh che cosa mai voleva dire il papà di Renzo e di Lucia?
Ed ecco svelato l'arcano dal buon Edmondo che racconta di come con l'unità d'Italia la lingua italiana fu incarcerata nell'accademia della Crusca, legata al suono comune di un italiano che ancora non c'era, e di come furono banditi tutti i dialettismi, le ciacole locali, i modi di dire legati alla vita vera e fatta benvenuta una lingua in frak, curiale, anodina, messa in frigidaire, per dire. Cioè l'italiano.
Ovunque? Macché, non in Toscana dove il parlar vivo, sincero, profumato sfidava l'Unità Tricolore. E prova ne sia il bel dizionario di Pietro Fanfani che il nostro Edmondo leggeva e rileggeva per imparare a scrivere come parlava, a Firenze, la sua padrona di casa dove affittava una stanzuccia con vista sul campanile di Giotto.
Essa, la signora che lo scambiava per figliolo, per dire che era buio pesto diceva "buio come in gola", per affermar che piove forte, faceva "piove a ciel rotto". Infine per ribadir che non avrebbe aperto bocca più giammai, questa bella frase rotonda e fresca: "Non mi cava più una parola, nemmeno se mi fa regina di Spagna". Oh il toscano.

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