Il respiro misterioso delle case

San Carlino restituito al suo primitivo candore! Sì!

Tutte le case, almeno quelle che sono in piedi da secoli, vivono, quando noi siamo assenti, una vita loro, misteriosa, nel respiro di quanti sono venuti prima di noi e che vi hanno lasciato le loro impronte invisibili. Mi ricordo, bambina, di aver avuto chiara questa verità vivendo una parentesi azzurra nell'antico casale rosa di San Giuliano, dove, andavamo con tutta la famiglia a passare il  Santo Natale. Prima della mia nonna Lisetta, che lo aveva avuto per un pezzo di pane, aveva passato lì le sue tristi solitudini un nobilissimo gentiluomo veneziano, di famiglia dogale, il cui cognome, squillante, accendeva di vita un galletto rampante. Quando morì, donò a mia nonna il suo titolo, il sigillo in ceralacca per imprimere lo stemma sugli anelli e addirittura una pepita d’oro per forgiare i gioielli. Ma mio nonno, ufficiale di cavalleria, cattolico fierissimo, di famiglia modesta, diede una risposta scolpita nella memoria famigliare: “No, Feruglio tout court”.

Era - il casale intendo - il casino di caccia di quel nobiluomo, in terraferma, in Friuli, e lo usava nei lunghi periodi di riposo, da solo a solo, forse con un guardiacaccia più amico che servitore, con una governante per pulire, cucinare, riordinare, con una vecchia sorella nubile, con tanti cani chiacchieroni. Chissà. Forse aveva perduto sua moglie, giovanissima, che magari aspettava il loro primo bambino. Forse era accaduto proprio lì, nel casale rosa, dove io, verde d’infanzia, portavo a passeggio la mia bambola di coccio con la sua vestina di tulle rosa ridotta un cencio che pure per me era un tesoro grande. Forse sotto al portico dove io, ignara, andavo su e giù con la mia carriola bianca e rossa, lui aveva pianto e si era disperato per l'amore perduto. Forse.

Anche la casa dove abito ha i suoi misteri. Un mesetto fa, tornando a casa dalla mia messa quotidiana, sollevando non so perché lo sguardo sui tanti libri che sorridono all'ingresso, noto (ma mai li avevo veduti prima) che ci sono dei quaderni antichi lassù che fan da tetto ai volumi. Sapete, sì, quei quaderni con la copertina nera e le pagine sottili, quasi di carta velina e che a volte hanno un bordo esterno color carminio. Incuriosita, li tiro giù, afferrandoli tra indice e pollice, e scopro che sono i diari di una suora inglese ( critti, con una calligrafia pregevole e in francese) che è stata, per il suo ordine, assai importante. La dolce consacrata si chiamava Mother Mabel Digby. Oh come sono arrivati qui?  Quali correnti han seguito per giungere a casa mia e dormire lassù, non visti per chissà quanto tempo? Proprio non me lo spiego.

Penso, ipotizzo, congetturo, ma nulla, non riesco a raccapezzarmi e a trovare il sentiero di sassolini che han portato quei bei quaderni fino a me. Mother Mary Digby, convertita al Cattolicesimo da anglicana che era, entrò nella Società del Sacro Cuore di Gesù, fondata nel 1800 in Francia (e la rivoluzione ancora fresca di sangue e di violenza...), la cui missione era istituire scuole cattoliche per giovani delle classi elevate. Ebbero scuola ad Amiens (la prima), in altre cittadine francesi e poi anche negli Stati Uniti. Durante il Pontificato di Leone XII, fondarono il Sacro Cuore a Trinità dei Monti… Oh che meraviglia! Avevo tante amiche del Sacro Cuore!

Ricordo quando all’Istituto Mater Dei scesero “da Trinità” (come dicevamo noi) le nostre future compagne per frequentare il classico (al Sacro Cuore c’era solo il linguistico…). Era il mio quarto ginnasio. La mia compagna di banco, amatissima, veniva da lassù, dal Sacro Cuore e si dava molte arie.  Noi non avevamo che un cortile, loro un giardino grande che guardava Roma dall’alto in basso e rivaleggiava in bellezza col Pincio.

Il mio cuore si stringe nella commozione dei tanti ricordi, lodando il Signore e le sue misteriose strade.

Domani, intanto, i quaderni, con un corriere, andranno a casa, cioè nell’archivio dell’Ordine del Sacro Cuore.

 

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