Il respiro misterioso delle case
Tutte le case, almeno
quelle che sono in piedi da secoli, vivono, quando noi siamo assenti, una vita
loro, misteriosa, nel respiro di quanti sono venuti prima di noi e che vi hanno
lasciato le loro impronte invisibili. Mi ricordo, bambina, di aver avuto chiara
questa verità vivendo una parentesi azzurra nell'antico casale rosa di San
Giuliano, dove, andavamo con tutta la famiglia a passare il Santo Natale. Prima della mia nonna Lisetta, che
lo aveva avuto per un pezzo di pane, aveva passato lì le sue tristi solitudini
un nobilissimo gentiluomo veneziano, di famiglia dogale, il cui cognome,
squillante, accendeva di vita un galletto rampante. Quando morì, donò a mia
nonna il suo titolo, il sigillo in ceralacca per imprimere lo stemma sugli
anelli e addirittura una pepita d’oro per forgiare i gioielli. Ma mio nonno,
ufficiale di cavalleria, cattolico fierissimo, di famiglia modesta, diede una
risposta scolpita nella memoria famigliare: “No, Feruglio tout court”.
Era - il casale intendo -
il casino di caccia di quel nobiluomo, in terraferma, in Friuli, e lo usava nei
lunghi periodi di riposo, da solo a solo, forse con un guardiacaccia più amico
che servitore, con una governante per pulire, cucinare, riordinare, con una
vecchia sorella nubile, con tanti cani chiacchieroni. Chissà. Forse aveva
perduto sua moglie, giovanissima, che magari aspettava il loro primo bambino.
Forse era accaduto proprio lì, nel casale rosa, dove io, verde d’infanzia,
portavo a passeggio la mia bambola di coccio con la sua vestina di tulle rosa
ridotta un cencio che pure per me era un tesoro grande. Forse sotto al portico
dove io, ignara, andavo su e giù con la mia carriola bianca e rossa, lui aveva
pianto e si era disperato per l'amore perduto. Forse.
Anche la casa dove abito
ha i suoi misteri. Un mesetto fa, tornando a casa dalla mia messa quotidiana,
sollevando non so perché lo sguardo sui tanti libri che sorridono all'ingresso,
noto (ma mai li avevo veduti prima) che ci sono dei quaderni antichi lassù che
fan da tetto ai volumi. Sapete, sì, quei quaderni con la copertina nera e le
pagine sottili, quasi di carta velina e che a volte hanno un bordo esterno color
carminio. Incuriosita, li tiro giù, afferrandoli tra indice e pollice, e scopro
che sono i diari di una suora inglese ( critti, con una calligrafia
pregevole e in francese) che è
stata, per il suo ordine, assai importante. La dolce consacrata si chiamava
Mother Mabel Digby. Oh come sono arrivati qui? Quali correnti han seguito per giungere a casa
mia e dormire lassù, non visti per chissà quanto tempo? Proprio non me lo
spiego.
Penso, ipotizzo,
congetturo, ma nulla, non riesco a raccapezzarmi e a trovare il sentiero di
sassolini che han portato quei bei quaderni fino a me. Mother Mary Digby,
convertita al Cattolicesimo da anglicana che era, entrò nella Società del Sacro
Cuore di Gesù, fondata nel 1800 in Francia (e la rivoluzione ancora fresca di sangue e di violenza...), la cui missione era istituire scuole
cattoliche per giovani delle classi elevate. Ebbero scuola ad Amiens (la prima),
in altre cittadine francesi e poi anche negli Stati Uniti. Durante il
Pontificato di Leone XII, fondarono il Sacro Cuore a Trinità dei Monti… Oh che
meraviglia! Avevo tante amiche del Sacro Cuore!
Ricordo quando all’Istituto Mater Dei scesero “da Trinità” (come dicevamo noi) le nostre future compagne per frequentare il classico (al Sacro Cuore c’era solo il linguistico…). Era il mio quarto ginnasio. La mia compagna di banco, amatissima, veniva da lassù, dal Sacro Cuore e si dava molte arie. Noi non avevamo che un cortile, loro un giardino grande che guardava Roma dall’alto in basso e rivaleggiava in bellezza col Pincio.
Il mio cuore si stringe nella
commozione dei tanti ricordi, lodando il Signore e le sue misteriose strade.
Domani, intanto, i quaderni,
con un corriere, andranno a casa, cioè nell’archivio dell’Ordine del Sacro Cuore.

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