Campane gioconde

 


“A piedi? Vai a piedi fino ad Apollodoro?”, mi chiede chi mi ama, occhi fuori dall’orbita, mentre m’appresto già a uscire, perché vabbè avere le ali ai piedi ma ci vuole quel tantolino di tempo per attraversare la Capitale e il rimedio è uscir per tempo. Sicché via. Carica dei sacchetti differenziati per i bidoni, infilate le Porselli bordeaux, volo in strada. Ho tempo, mettendo con prudenza un piede davanti all’altro, di pregare un Rosario sano e poi di rimettere ordine nel mio cuore che ancora sanguina per gli orrifici epfiles che, se possibile, di più mi han allontanato dal palcoscenico del mondo arrangiato sulla falsa verità dall’arcinemico. Cammino e prego, cammino e penso. Cammino e scendo lungo la via Quattro Fontane e qui d’un rigo.

Sono su via Sistina, la strada inventata da un Papa urbanista che amo, Sisto V, e che reca nel nome la di lui memoria. Uno appresso all’altro ci sono i tanti bucolini in gusto mediorientale carichi di ciaffi e brutti ninnoli made in China. Mi chiedo chi ha dato tante licenze, visto che non passan tre metri tra l’uno e l’altro. Quei negozietti senza vetrina, senza insegna, dove tutto sembra italiano e non lo è, mi parlano del degrado in cui boccheggia tutto il Paese, alimentato, secondo me, ad arte per dar fuoco alla miccia del caos che tanto piace ai diavolacci e in cui siamo, nostro malgrado, immersi. Cammino oltre, piego sulla destra lungo la strada che costeggia la Trinità dei Monti e, passato il serpentello di San Sebastianello (che mi ricorda le mie corse a perdicollo per arrivare a scuola), m’affaccio sul verde spettinato che lì  è ancora quello di Romolo e Remo, di Agrippa, di Mecenate…

Un verde declivio s’aggrappa alla muricciata e scende tra i fischi dei merli e il trillo dei passeretti fino alla Via Margutta e io procedo nell’azzurrità del cielo che sembra rinata dopo il diluvio universale. Oh, guarda il Pincio, lassù, sorride agli angeli mentre io mi perdo nel pensiero ultimo che mi è stato rivelato: la fine della letteratura. Come come? Sì, il bello scrivere, l’amore puro per le parole che sono vita e poesia s’è perduto e non tornerà più perché anche lei, la signora letteratura, che io ho rincorso, ragazzina, è stata un’invenzione del maligno per traviare, con parole alate e attraverso i “grandi scrittori”…

Perché il maligno diavolo crea sempre un piedistallo da cui spargere il male. Si mette in balcone, per così dire, con le star, il nobel, l’onu, la nasa e anche con gli scrittori.  I libri erano allora, per il nemico, cine, tivvù, social. Amaro, amarissimo per me, e sono caduta a terra e ho capito anche perché, ora che al diavolo non seve più, madama letteratura giace sepolta da infiniti libracci senza sugo, scritti in balbettii da terza media e senza radici o ali. Basta, avanti, sono  risanata, sono libera dalla letteratura che era anch’essa un’illusione nel gran palcoscenico del mondo diavoliano. Sono libera, nuova nella Verità che Lui, nella tribolazione, mi dona.

Sì, cammino ora in rapida discesa e d’un tratto, oh le sento, le sento. Sono campane! Le campane di Santa Maria del Popolo e suonano a distesa, din don dan, nel cielo azzurro, din don dan, nel mio cuore rinato dal dono del Signore. Ringrazio in cuor mio il parroco (che conosco e che ha una bellissima voce!) della stupenda chiesa agostiana. A passi piccolini, accompagnata dai rintocchi, che spio nel campanile, sono in piazza del Popolo e poi in via Flaminia. Sì rinata nel suono allegro delle campane che sono la voce di Dio.

 

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