Socrate al Mater Dei
Dormo e ora che il mattino d'oro è a lume acceso nel mondo metto la marcia indietro al presente e mi ritrovo di nuovo, ridente, indietro nel tempo, nel mio antico Romaamor e sono all'Istituto Mater Dei dove, al contrario di tante compagne, amavo andare perché il mio banco, piccolo nido, mi tirava via da altro, per me, ben peggiore, e neanche mi importava se c'erano le dispettose, le invidiose, le pedanti in classe perché, oh, ero abituata a ben altro ed eran nulla quelle lì a petto di quel che lasciavo a casa.
Eccomi, dunque, verde di nuovo e piena di speranza, nel mio terzo banco di colore verde smeraldo che, drago buono, m'accoglieva. Passo al presente che è storico e mette sale e pepe al racconto. Oggi la professoressa di Filosofia restituisce le ricerche fatte a casa su uno dei tre filosofi greci, a scelta nostra, che abbiamo studiato e sono Socrate, Platone e Aristotele.
Torno due passetti indietro e sono io che guardo a occhi sbarrati, sbigottiti, atterriti le voluminose ricerche, piene di immagini tratte dai Quindici, di tante colleghe in divisa e guardo la mia paginetta a quadretti, strappata a un quaderno, in cui in poche righe racconto il mio Socrate. Consegnano. Consegno.
Siamo al punto cruciale. "De Vito!", esclama la professoressa. Il cuore è un sasso, in gola ho una prugna, la voce è un sospiro.
Ma lei, la bionda, magrissima, diafana insegnante esplode in sorriso: "De Vito, otto". Era la mia preistoria di scrittrice.

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