Socrate al Mater Dei

Metto qui il Sacre Coeur perché ieri ho messo la parola fine al mio Luiruà e sono felice!

Ne avrei a sacchi e a mucchi di cose da ridire nel mondo di Cocchiara in cui sono costretta e stanotte tutti quanti i miei perché senza risposta mi hanno assediato la mente impedendomi il riposo. Solo all'albeggiare, dopo aver bevuto un buon caffelatte in compagnia di chi mi ama, il cuore ha smesso di vorticare nella tempesta e si è rassserenato ed ecco il sonno beato avvolgere le prime ore del mattino quando sono solita fare altro, ma poco male, e dormo.

Dormo e ora che il mattino d'oro è a lume acceso nel mondo metto la marcia indietro al presente e mi ritrovo di nuovo, ridente, indietro nel tempo, nel mio antico Romaamor e sono all'Istituto Mater Dei dove, al contrario di tante compagne, amavo andare perché il mio banco, piccolo nido, mi tirava via da altro, per me, ben peggiore, e neanche mi importava se c'erano le dispettose, le invidiose, le pedanti in classe perché, oh, ero abituata a ben altro ed eran nulla quelle lì a petto di quel che lasciavo a casa.

Eccomi, dunque, verde di nuovo e piena di speranza, nel mio terzo banco di colore verde smeraldo che, drago buono, m'accoglieva. Passo al presente che è storico e mette sale e pepe al racconto. Oggi la professoressa di Filosofia restituisce le ricerche fatte a casa su uno dei tre filosofi greci,  a scelta nostra, che abbiamo studiato e sono Socrate, Platone e Aristotele.

Torno due passetti indietro e sono io che guardo a occhi sbarrati, sbigottiti, atterriti le voluminose ricerche, piene di immagini tratte dai Quindici, di tante colleghe in divisa e guardo la mia paginetta a quadretti, strappata a un quaderno, in cui in poche righe racconto il mio Socrate. Consegnano. Consegno.

Siamo al punto cruciale. "De Vito!", esclama la professoressa. Il cuore è un sasso, in gola ho una prugna, la voce è un sospiro.

Ma lei, la bionda, magrissima, diafana insegnante esplode in sorriso: "De Vito, otto". Era la mia preistoria di scrittrice.


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