Di Romaamor e di Scomodinia




A volte quando il giorno volge alla sera mi capita, stanca del troppo pensiero, di guardare in televisione un programma che si intitola "Casa a prima vista" perché da sempre mi piace ficcar lo sguardo nelle abitazioni che mi parlano come cose vive. E non tanto mi colpisce, in quasi tutte le case, il cattivo gusto - genere ikea - della modernità, i colori mesti, grigi, neri, verdini, e le suppellettili senza sale che vedo, quanto la distanza abissale che le divide dalla casa dove, da bambina, ho abitato e che è la protagonista del mio Romaamor. https://bookabook.it/libro/romaamor/

Tanto per cominciare pur essendo due gli ingressi entrambi davano adito al  perimetro  domestico di "Scomodinia". Il salotto, che s'apriva con due porte scorrevoli, sulla destra all'entrar dalla porta maggiore, era tutto pieno di madie, secretaire e divani. I lampadari erano di Murano e alle pareti tanti quadri tutti belli, non eccelsi, ma eleganti: marine, nature morte, ritratti. In salotto però non si entrava mai perché era patrimonio geloso di mia madre che lo usava solo per le sue feste. Quindi niente morbide sedute, cuscini e dormeuse...

Dabbasso, sulla destra, entrando dalla porta di servizio c'era la sala da pranzo che fungeva anche da salotto minore. La televisione s'era radicata laggiù, in un canto e per guardarla non c'era un sofà ma due scomode poltrone in legno con magri cuscini. Mio padre, già vecchio, ottenne una poltrona tutta per sé che occupava senza guardar nessuno negli occhi. Noialtri sedevamo sulle racchie poltrone oppure sulle sedie, antiche,  senza poggigomiti, che erano state  della nonna Lisetta. Ed ecco perché la televisione si guardava poco o niente.

Penso alla mia Scomodinia e sorrido quando sento, nella trasmissione di cui ho scritto sopra, che gli acquirenti desiderano, anzi pretendono, un divano comodo dove spaparanzarsi davanti alla tivvù sempre sintonizzata (dicono loro non io) sulle serie televisive (che io non ho mai visto).

E sorrido ancor di più nel sentir gli sdilinquimenti delle acquirenti davanti alle "cabine armadio" che a Scomodinia non c'erano né si sognavano punto. Mentre sto per finire questo piccolo squarcio della mia Romaamor mi sovviene che i C., che abitvano i piani in alto della villa, la cabina armadio la avevano. Anzi ne avevano due. Una per la padrona di casa che ci teneva dentro vestiti, borse e scarpe e che mi interessava come, allora, il telegiornale dell'ora di pranzo. L'altra, come un piccolo antro d'Aladino,  che conteneva i giocattoli dei bambini di su e, sì, quella mi piaceva assai...

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