Controcorrente

Notre Dame di Montmartre



Verso i sei o sette anni m’ammalai di una misteriosa “terza malattia” che mi chiuse il naso e i polmoni, in una morsa di tristezza. Respiravo a stento e un risucchio laggiù faceva scuotere il capo a mio zio, che era il dottore di famiglia e che veniva a visitarmi a domicilio, mentre languivo nel lettone dei miei genitori. “Ha l’asma, poverina – diceva – non può andare a scuola”. Per me una condanna al dispiacere perché la scuola mi salvava dai dispetti dei gemelli, dal disamore di mia madre, dalla depressione di mio padre. A scuola potevo essere un’altra me, sola, senza fratelli e sorella, senza genitori, senza cugini e falsi cugini. Ma non potevo andarci.

Quando con la bella stagione, mi fu consentito di uscire all’aria aperta, con un fazzoletto legato stretto  intorno all’ovale del viso e allacciato sotto al mento con due allegre cocche a fiocco, mi sentii felice, presto sarei potuta tornare a scuola. Uscii nel sole, seduta sotto la mimosa che già iniziava a spandere i suoi semini d’oro, e uno dei gemelli, vedendomi con un foulard di mia madre con su staffe e fruste e borchie per cavalli, mi apostrofò così: “Ma che c’hai testa, ‘n cavallo?”.

Quando mia madre decise che sarei potuta tornare a scuola, se sentivo un pizzicore in gola e una voglia matta di tossire, schiacciavo la bocca contro il cuscino e ingoiavo i rospetti. Così tornai alla vita e a scuola.

 

Commenti

Post popolari in questo blog

Otto otto 8edizioni

La mia vita in una cassapanca

TerraRossa di Bari