Un esilio romano
Avevo una ventina d'anni e poco più, quando inciampai, ad una conferenza stampa, in Marcello Baraghini che proprio allora pubblicava con successo i suoi Millelire (che ho scoperto essere argomento di una tesi di laurea americana).
Non sapevo chi fosse quel tipo allapanato, con una gran barba e occhi simpatici e gli chiesi: "E' libero questo posto?". Mi disse sì e subito, una volta seduta, si mise a chiacchierrae con me e volle sapere chi ero e che cosa facevo e io anche di lui. Ci scambiammo il numero di telefono e mi invitò a fargli visita nella sua bella casa, zeppa di millelire, che si trovava in un borghetto ai margini di Roma nord. Aveva un corvo indiano che chiacchierava anche lui e diceva anche delle parolacce.
Intanto mentre il nero uccello c'intratteneva, parlavamo noi pure.
Un giorno mi disse che voleva leggere i miei racconti. E, subito dopo, stringemmo un accordo letterario: io avrei fatto da addetto stampa all'ultima (nel senso che poi morì) fatica di Jacovitti Il Kamasutra spaziale e lui, Marcello, avrebbe in cambio pubblicato in un millelire i miei racconti dal titolo L'ingegnere e altri racconti.
Con Jac e sua moglie, già molto anziani, parlai solo per telefono.e con i giornalisti mi schiarivo la voce per trovare la forza di presentar quel fumetto indecente. Non credo di aver avuto chissà quali risultati. Un colonnino sull'Espresso, lo ricordo. Altro, poco.
Ma per Marcello - ora lo so e lo capisco - era un solllucchero vedermi camminar sui vetri, io tutta Istituto mater Dei, e quando fu il momento di scegliere i racconti da pubblicare, optò per quelli che criticavano il mio mondo Roma-bene e anche un poco la mia Romaamor.
Così, grazie a Marcello, quell'anno (di gloria per me che vedevo i miei racconti pubblicati) fui bandita dalla cena famigliare di Natale ed esiliata dalla zia Beatrice...

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