Una tazzina di caffè

 


Laureata da poco, sapevo già che l’Università, dove con gioia avevo frequentato lezioni belle (ad esempio quelle del professor Giorgio Cardona, dal bel viso, di glottologia o di Luigi De Nardis,  professore di letteratura francese, la cui voce incantava) non faceva al caso mio e così, voltate le spalle all’ateneo, già con un mio piccolo curriculum che, allora, non era pieno di incomprensibili anglismi, ma pane al pane e semplice da capire, cominciai a mandarlo di qua a e di là cercando indirizzi e nomi sulle pagine gialle e nulla.

Fu una lontana cugina, oggi manager dell’energia, a presentarmi Franco Scaglia, scrittore, giornalista e tanto altro. E Franco, con le sue mani diafane e lo sguardo cinerino  in tralice, mi volle per tradurre L’enigma delle sabbie e poi per dare una mano, come addetta stampa, a Diego Zandel, che era lui da solo il capo dell’ufficio stampa della casa editrice Bariletti (che non esiste più).

Eccomi dunque il primo giorno di lavoro, pronta a salire in sella al mio Ciao bianco e ad attraversare Roma (dall’Aventino ai Parioli…). Dopo aver fatto il pranzo per me e per quelli che erano in casa di fratelli, mi vesto tutta di rosa, con la maglietta nuova di Balloon e una gonna di mia madre. Scendo di corsa le scale, oh i piatti da mettere in lavastoviglie, dimenticavo! Mentre il caffè rumoreggia ancora, appena fatto, nero e profumato nella moka, dico a voce alta a chi è di là in sala da pranzo: “Potete mettere i vostri piatti a lavare?”. Non l'avessi mai fatto. Arrivò in cucina, in un gomitolo d'odio, l’ira travestita da fratello e mi gettò addosso il liquido bollente che era nella pancia della sua tazzina. Non ebbi lacrime, solo la preoccupazione di fare tardi e salii in camera a cambiarmi. Avanti con la scrittura già nel cuore…

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