Un serpente alla Minerva



Prima del duemilaeventi, cioè prima che la follia venisse ad abitare anche a casa mia, portavo in giro per Roma, in ampie "visite mistiche" (cattoliche Romane) molti turisti che, con un rapido bocca orecchio e senza social, facevan girare la novella e arrivavano da ogni dove. Ed era bello raccontar loro da vicino la mia Romaamor... Bei tempi, sospiro, ma non troppo perché, seppure in taglia mignon, quei bei tempi sono tornati, a sorpresa, qualche settimana fa con una piccola famiglia ferrarese che con me ha camminato per le strade e per le piazze romane, mettendo a posto, per così dire, tutte le tessere del mosaico... Qui sotto, copio e incollo, un mio scritto di qualche tempo fa quando "Storie tragicomiche della mia infanzia" era quasi appena nato e io portavo a spasso australiani, americani, brasiliani e anche italiani. Riavvolgo il nastro, vado, cambio colore e passo e chiudo.

Nella bella chiesa di Santa Maria sopra Minerva vado, a volte, durante le visite mistiche, e conduco dalla luce di fuori in quel silenzioso tempio notturno, che ha per soffitto un bel cielo stellato, amici e conoscenti irlandesi e italiani. Nella notte in cui lo spirito torna a respirare (lontane le cure del mondo), come in grembo alla Madonna, si esce poi nel sole,  rinati nello splendore acceso del fuoco di Vesta che lì dentro si nasconde, timido ai più e a chi è cieco camminante nel mondo a testa in giù. Dentro, nella chiesa domenicana, mi muovo come chi sa dove andare. E mi fermo, prima, davanti alla statua del Gesù di Michelangelo e poi, in adorazione, davanti alla cappella Carafa che è capolavoro di Filippino Lippi, il quale aveva per padre un monaco, Filippo, e per madre una suora. I Lippi infatti sono due padre, Filippo, e figliolo, Filippino, in grazia di Dio.


 In basso, i Carafa assistono, ginocchioni, all’annunciazione della Vergine da parte dell’Arcangelo Gabriele. In alto, gli angeli celebrano l’evento con un gran concerto celeste, nel cielo color indaco che si fa veste in uno, bellissimo, di loro, trasparente in petto come non avesse corpo, e con un gonnellino vezzoso a righe rosse e bianche che è tanto elegante ed armonioso, nel colore che si abbraccia tra il sangue e il cielo, da ispirarmi una bennibag rossa e turchina lei pure. In danza di Medusa, nel cerchio magico di Atena, pentita per non aver aiutato la misera sorella, vado poi dal serpente sacro che si nasconde ai più in un sepolcro di marmo. Ci vuole un occhio attento per trovarlo, l’occhio bambino, di fiume e d’ombra di Alice che di certo lo vedrebbe

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