Il profumo del Calicanthus
Lungo, eterno, era il viaggio che cominciava nell'abitacolo della Peugeot amaranto di mio padre, all'alba di un sabato per smorire poi alla sera quando nell'umidore della campagna friulana si finiva, all'aprir lo sportello, nelle braccia calde e festose della nonna e della Eva, mentre il cane Pippo, col suo pancino d'oro e la casacchina nera sulla schiena, ricamava le sue piroette nell'aria fredda.
Correvo in casa per controllare che, nella stanza che dividevo con mio fratello Marco, ci fosse ancora la mia bambola di coccio, la quale aveva dormito per mesi il sonno dell'attesa di me nella sua bella culla rosa, che era stata di mia madre e forse anche delle sue cugine. Poi la cena e a dormire io pure.
Il giorno dopo un sole curioso mi trovava in palpito. Correvo di qua e di là, abbracciata alla pupa, vestita d'un abito sdrucito di tulle rosa del tutto inadatto al clima di lassù. Andavamo prima a vedere le casette di fiammiferi che la nonna, ogni Natale, comperava per beneficenza dalla signora Rosetta, e che, ci diceva, erano fabbricate dai carcerati chissà dove. Li vedevo, i prigionieri, al lavoro, nelle interminabili ore di cella e di noia.
Io, invece, libera come un fringuello, via, dalla Carolina che aveva le vacche e il fieno ammonticchiato sull'aia dove era una festa di paperini e d'ochette e di galline. L'odore greve delle marcite, dove ruzzavan le bestie in pazzo viavai, mi faceva fuggir via, insensibile ai richiami dei micini ciechi nati da una delle tante gatte deella fattoria. Correvo, correvo verso casa e d'un tratto un profumo, in rapimento, dolce, intenso, orientale: il profumo del Calicanthus. Lo stesso che, anni dopo, mi consolava a Padova dove vivevo le vacanze invernali nei miei primi, difficili giorni di sposa...

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