Mondo tivvù




Il mondo in cui, bambina, vivevo con occhi bene aperti era senza televisione. D'estate, a Cala Girgolu, nel mio Cuoresardo, per tanti lunghi mesi, c'erano solamente Tavolara, il mare, il dlen dlen delle pecorelle al pascolo, il laghetto salato con i suoi pesciolini, il sole che lento, incendiato d'amore, camminava sul mio capo biondo. 

D'inverno, a Roma, nella mia Romaamor, la televisione si chiamava tivvù e abitava la mia esistenza solo alle cinque di pomeriggio, per un'ora, quando cominciava (e terminava) la tivvù dei ragazzi. Di quanto guardavo, poco davvero, perché, fischiando nelle sue gradazioni di verde, il giardino mi invitava a correre in braccio a lui e io ubbidivo, trasalendo di gioia, tra le erbe.

Di sera, poi, mio padre, che tornava stanco dal lavoro, era il signore della televisione e solo raramente, al sabato sera, la famiglia riunita guardava Canzonissima, Milleluci e altre trasmissioni simili. Ma un ricordo, un dolce ricordo picchia all'uscio della mia memoria. E  ha per centro non le gemelle Kessler, ma una certa Sylvie Vartan della quale mio fratello Marco, piccolo così, si era innamorato. Zitto zitto, nel suo pigiamino bianco, al nome di lei, si appostava dietro la porta e la ammirava, il cuoricino in palpito. E una volta, già grande e sposato e padre, mi sgridò perché, sbagliando, avevo attribuito il suo amore a Dalidà...

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