Prudenza, mi dico, e avanti lungo il sentiero

 


Se scrivo di me e di Romaamor mi par di vedere qui, lì e laggiù, qualcuno che s'alza in piedi e dice, seccato: "Eh no, Benedetta, questo non lo devi scrivere, non è vero e, se lo è, non si deve dire. Non hai ancora capito un'acca, tu, del quieto vivere". Sì, è vero, non un'acca. Infatti, quando pubblicai "L'ingegnere e altri racconti" (Millelire) mi ritrovai a passare il Natale, bandita da casa mia e raminga a casa della zia Beatrice. Con "Cuoresardo" ho perduto una amica che si è sentita punta nel suo per le mie parole nere su bianco e scrivevo il vero che si ripeteva proprio mentre il librino vendeva le sue poche copie in libreria e lei ricominciava daccapo.

Mi consolo. succede a chi scrive, come ho letto anche nel libro di Bianca Pitzorno  "Donna con libro, autoritratto delle mie letture" che, ragazzina, scrisse un bel temino sul suo Stintino e caro gli costò perché gli abitanti tutti s'offesero, chi per un verso e chi per l'altro... 

Prudenza, mi dico, e non star troppo a spiegare, ché sono in pochi a capire davvero quali garbugli l'ego si diverte ad attorcigliare intorno all'anima. Se io li vedo con chiarità non è detto che questo, a lume acceso, capiti al mondo e sicché meglio tenerli per me e, tacendo, osservarli dipanarsi nel quotidiano soffrire dell'umanità.

Oh se soltanto lasciassero agire in loro il dolce Spirito Santo, con i suoi doni straordinari, ecco che davvero, come nella profezia di Isaia, il bambino giocherebbe col leoncello. Ma niente da fare sul cuore degli uomini è sprangata una porta d'acciaio con su scritto: "Non s'entra, non s'entra". E in quella segreta stanza sonnecchia madama superbia, che vuol fare da sé, senza il Signore, con tutti vizi che sono suoi figlioli.

Va bene, la finisco e passo e chiudo e questa volta prometto di non cancellar quanto ho scritto (come ho fatto, lo ammetto).



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